A testa alta

22 maggio 2011

Penso che retrocedere sia una delle esperienze più brutte che si possano provare nell’ambito calcistico e non solo.
La parola retrocessione è sinonimo di incapacità di realizzare un qualsiasi obiettivo che ti sei prefissato. Nel retrocedere non puoi salvare niente di quello che hai fatto durante l’anno perché quello che conta è il risultato finale e quindi, se non ci sei riuscito, ti rimane solo una brutta esperienza che ti resterà appiccicata e indelebile per sempre. Naturalmente questo è il pensiero della maggior parte degli addetti ai lavori e dei tifosi.
Nel 94, a Piacenza, arrivammo all’ultima partita a pari punti con la Reggiana. Noi dovevamo giocare a Parma e loro a Milano contro il Milan. Il Parma, però, doveva disputare la semifinale o la finale, non ricordo bene, di coppa la settimana seguente e quindi ci chiese di anticipare al venerdì la gara. Era un rischio grosso perché se avessimo accettato avremmo dato un grosso vantaggio ai nostri concorrenti per la retrocessione.
Noi stavamo benissimo fisicamente ed ero sicuro che se avessimo disputato lo spareggio lo avremmo vinto, e questo lo sapevano anche loro. Cosa fare? Alla fine decidemmo di concedere l’anticipo perché IL CALCIO, attraverso i media nazionali, aveva lasciato intendere che i risultati delle due gare sarebbero stati uguali e quindi si sarebbe andati allo spareggio, o quantomeno questa fu la nostra interpretazione perché TUTTI lo davano per scontato.
Pareggiammo a Parma e la domenica andai a S.Siro a vedere la partita. A venti minuti dalla fine la Reggiana fece gol e vinse 1 a 0.
Noi retrocedemmo immeritatamente per essere stati sportivamente corretti, la Reggiana no.
Io ero uscito dallo stadio qualche minuto prima e ascoltavo le fasi finali dell’incontro alla radio. Quando Sandro Ciotti disse “la partita è finita, la Reggiana si salva e il Piacenza retrocede” mi crollò il mondo addosso.
Avrei voluto fare dichiarazioni al veleno per il TRADIMENTO SPORTIVO che si era realizzato alle nostre spalle ma, in quel momento, mi arrivò la telefonata del mio Presidente, l’Ing. Garilli, che mi disse di non fare dichiarazioni, che avrebbe mantenuto la stessa squadra inserendo anche Inzaghi di ritorno dal Verona e che saremmo tornati in A.
Quelle parole mi fecero trasformare la rabbia in carica positiva con la convinzione che quello che aveva detto il Presidente si sarebbe realizzato.
Mai pensai che il Milan si fosse “venduto” la partita ma che la Reggiana avesse approfittato della situazione in modo, secondo me, antisportivo, però a volte si pagano le scorrettezze (per dovere di cronaca la squadra emiliana in tre anni passò dalla A alla C1 con tre retrocessioni consecutive e noi tornammo in A subito).
Ho parlato di questo argomento per due motivi. Il primo è che devi accettare sempre il risultato sportivo, comprenderne la realizzazione senza colpevolizzare fattori esterni per giustificare l’insuccesso e quindi usufruirne per crescere.
Il secondo è che piangersi addosso non porta certo a ricuperare gli errori.
Viviamo in un Paese dove gli insuccessi sportivi, specialmente quelli calcistici, sono vissuti come se si trattasse di una questione di vita o morte, quando, invece, bisognerebbe accettarli e vivere lo sport per la sua essenza e insegnamento di vita.
Non sono così sprovveduto per non sapere che sono gli INTERESSI economici a esasperare la situazione, ma è proprio da lì che si deve iniziare il cambiamento.
Non dico che tutti gli introiti devono essere distribuiti in parti eguali ma permettere a tutti di recuperare un risultato sportivo negativo sì.
Premiare i bacini che dimostrano di volere realizzare progetti nell’interesse comune e non solo proprio, porterebbe l’opinione pubblica e quindi i tifosi ad avere una cultura diversa da quella del RISULTATO fine a se stesso.

Gigi Cagni


Per un calcio spettacolare e moderno

18 aprile 2010

All’inizio di questo campionato tutti a parlare di Guardiola e a pensare che con allenatori giovani si sarebbero potuti raggiungere risultati importanti perché il GIOVANE significava innovazione e spettacolo. Siamo alla fine e, come non era mai accaduto, sono stati cambiati più di 20 allenatori. Noi siamo il paese delle mode e non del cambiamento programmato e con una logica razionale e costruttiva. Oltretutto non abbiamo la cultura dello spettacolo inteso nel vero senso etimologico del termine, perché quello che conta per noi è il RISULTATO.
Martedì sera sono andato a S. Siro a vedere la finale della Coppa Italia Primavera fra Milan e Palermo.
Uno spettacolo di pubblico e anche di gioco, compreso un arbitraggio consono e cioè, fischiare poco e non accettare lamentele da parte dei contendenti, ottimo segno di maturità e cultura sportiva.
Ho visto dei giovani di grande talento in tutte e due le formazioni, secondo me pronti per categorie superiori. Tutti a chiedersi, e questa è una domanda che ricorre sul mio blog costantemente: ”COME MAI DA NOI NON SI FANNO GIOCARE I GIOVANI e si preferiscono giocatori più esperti anche se meno qualitativi?” Di nuovo il paragone con il Barcellona che sta utilizzando ragazzi del settore giovanile o presi da altri club in tenera età. Posso darvi la risposta perché sono stato a vedere, in prima persona, come sono organizzati e ho parlato con il Pep di questo argomento.
Prima cosa la primavera del club Catalano fa il campionato di C1 per abituare i giovani ad avere il confronto non soltanto tecnico ma, soprattutto, fisico che è il problema principale del cambiamento repentino dal settore giovanile al professionismo.
Qui veniamo alla prima differenza importante, accettare che la squadra perda molte gare. Ve lo immaginate in Italia come sarebbero accettate tante sconfitte? Quale allenatore accetterebbe un compito di questo tipo? Poi veniamo a quello che accadrebbe se questo avvenisse, con l’innesto di molti giovani, nei nostri campionati sia di A che di B. I media per primi, che ora cavalcano questa ipotesi, se la squadra non avesse risultati positivi subito sarebbero i primi a chiedere l’esonero di chi li allena. E non parliamo dei presidenti che parlano di aziendalismo e di programmazione e poi alle prime avversità, addirittura alla prima giornata come è già successo, cambiano. E cosa dire degli atteggiamenti che hanno i giovani talenti dopo qualche buona prestazione? Diventano ingestibili e perdono l’umiltà che è alla base dei grandi campioni. Come sempre la verità sta nel mezzo. Per esperienza personale vi dico che i giovani crescono nel modo giusto se in una squadra c’è il mix giusto con giocatori esperti che li aiutano a crescere ma, soprattutto, una società che li educa alla professione senza accettare le loro bizze. Quindi, se vogliamo avere un calcio spettacolare e moderno come sta accadendo in tutta Europa, non possiamo prescindere da UN’EDUCAZIONE SPORTIVA da parte di tutte le componenti iniziando ad accettare il risultato del campo senza polemiche e isterismi.

Gigi Cagni



Cavalli di razza

12 febbraio 2010
IL MIO AMICO STEFANO BORGONOVO
di Fabio Cagni www.fantafobal.it

Pochi istanti mi sono bastati il giorno in cui ho messo piede nella stanza di Stefano, per mettere da parte ogni timore di poter avvertire qualunque sentimento di compassione. Pochi istanti per capire che ci sono diversi modi per prendere una grave malattia e che, quello adottato da Stefano, era senz’ altro il migliore: prenderla per il culo.
Mi avvicino al lettino accompagnato da mio padre – suo capitano alla Sambenedettese – con un minimo di imbarazzo, dovuto al fatto che ho di fronte un grande giocatore. Dopo averci sorriso e abbracciato con gli occhi, Stefano scava dentro al pozzo senza fondo della sua memoria e pesca aneddoti esilaranti. Racconta di quando Berlusconi gli volle parlare per portarlo al Milan e appena  lui lo vide arrivare con un pittoresco cappello da cowboy gli disse: “Presidente è venuto a cavallo?” O quando ci dice di quel suo compagno delle giovanili a cui venne chiesto di portare due foto in sede, e questo si presentò con un’ immagine di un suo tuffo dal pontile. Stefano é energia pura, mi coinvolge nelle sue storie raccontate con pungente ironia, tanto da farmi dubitare sul perché anziché fare il calciatore non abbia fatto il comico. In effetti, la risposta è che ha vissuto le due carriere in parallelo, stando ai racconti di spogliatoio che sforna in continuazione. Narra di scherzi a personaggi verso i quali chiunque sarebbe stato ben attento a non pestare i piedi. Nei suoi aneddoti calcistici passa con disinvoltura da Marco Van Basten A Gigi Cagni, giocatori molto simili tecnicamente con cui ha avuto la fortuna di giocare.
Ma Borgonovo è anche saldamente attaccato al presente, è un opinionista attivo ed atipico, in quanto a differenza di molti suoi colleghi sa di cosa parla, ed è attivo anche nella lotta a quella malattia che gli impedisce di andare a Zelig. Mi Pare infatti evidente che se uno riesce a fare ridere paralizzato su un lettino, comunicando attraverso l’ausilio di un lettore ottico, significa che lo spirito da cui  governato è sproporzionato rispetto al corpo che lo ospita.
Per questo, quando me ne vado da casa sua mi sento bene, sento che un amico con la sua aurea di positività mi ha dato qualcosa in grado di caricarmi. Osservando Stefano e mio padre, così vicini, più vicini forse di quanto non fossero da compagni di squadra, ho pensato al fatto che esistano cavalli di razza, sono cavalli rari. Sono quelli che qualunque cosa succeda, non vanno giù ma continuano a correre.
Corrono veloce, corrono, corrono..Dove cazzo vadano non l’ ho ancora capito, ma nel dubbio ho deciso di seguirli.

Fabiuz


Intervistato dal sito “Blogosfere”

29 dicembre 2009

Qui di seguito riportiamo l’intervista integrale dal sito Blogosfere.it  (“Intervista di Silvio De Rossi – Blogosfere”)

“Con il mister che in passato ha allenato (tra le altre) Parma, Empoli, Sampdoria, Piacenza e Genoa abbiamo discusso di questi dodici mesi dominati senza alcun dubbio dal Barcellona. “Una squadra fantastica – ha spiegato a Blogosfere Sport e Motori Il merito è di Guardiola, un allenatore fantastico”. Il mister ha avuto modo di conoscerlo: “Sono andato da lui tre giorni e mi ha fatto un’impressione pazzesca. Ha qualità importanti, umane e tecniche, è uno che sa cosa vuole. Ho visto i suoi allenamenti e posso dire che con lui tutti devono dare il massimo sempre. Ha imparato molto in Italia, soprattutto sul profilo tattico, ma questo Barcellona è farina del suo sacco”. Poi svela: “Capisci che vive per il calcio da come ne parla. Gesticola, ti tocca. E’ come se volesse farti sentire la sua passione continuamente. Lo fa anche sul campo d’allenamento con i giocatori. Sa gestire alla grande campioni come Ibrahimovic, Messi e Henry. E’ veramente un grande”.

Ma perché Guardiola fa grandi cose, mentre Ferrara e Leonardo dimostrano tanta inesperienza? “In Italia generalizziamo – spiega Cagni – Dobbiamo imparare a leggere le situazioni nel modo giusto. Guardiola prima di allenare il Barcellona ha guidato per due anni la seconda squadra. Ha avuto modo di fare esperienza. E comunque in tutti i campi c’è sempre un’eccezione. L’esperienza è fondamentale in questo mestiere”.Guardiola ha vinto tutto: “Successi meritati. Io ho visto la finale di Champions con il Manchester Utd a Roma. Mi ha impressionato per le scelte fatte prima del match e durante. Ferguson ha tentato in tutti i modi di rimettere in piedi la partita, ma lui ha saputo replicare alla grande. E’ lì che ho capito che dovevo incontrarlo”.

In Italia non giochiamo a calcio come il Barcellona…
“Assolutamente no, bisognerebbe cambiare la mentalità dei tifosi – spiega – Qui si deve vincere. Non interessa a nessuno giocare bene. Guardiamo cosa è successo in campionato in questa prima parte. Hanno già cambiato dieci allenatori. Nessuno può programmare. Nessuno può attuare un progetto. Bisogna vincere. Se perdi alla seconda giornata sei in discussione. Assurdo. E poi siamo vecchi. Ci vuole una mentalità più aperta, ma anche stadi nuovi, strutture moderne. E i giovani? Meriterebbero più spazio, ma anche dei settori giovanili migliori”.

Tornando a questo travagliato 2009. L’Inter ha dimostrato ancora una volta di essere la più forte?
“E’ la più forte, senza dubbio, ma sinceramente è difficile dire che gioca bene. E’ forte, inoltre si è avvantaggiata ulteriormente grazie all’involuzione di Milan, Juventus e Roma. Una squadra che sta lavorando bene anno dopo anno è la Fiorentina, ma difficilmente arriverà a giocarsi lo scudetto”.

Chi gioca il calcio più bello in Italia?
“Sicuramente il Bari. I galletti giocano a calcio. Poi c’è anche il Genoa, ma non è più una sorpresa. Poche giocano veramente bene, ma come ho già detto, il problema è la mentalità. In Italia è fondamentale distruggere il gioco avversario, poi si punta sulle giocate dei singoli. Infatti l’Inter vince anche quando gioca male perché ha i giocatori più forti. Quelli vincono le partite da soli”.

Qualche parola sul Milan orfano di Kaka’: “Non è una squadra competitiva. Non si può pretendere che uno si inventi allenatore dalla mattina alla sera”. E Leonardo? “Io ancora oggi faccio delle delle stupidaggini, immaginatevi chi non ha mai allenato”.

Problema che ha anche la Juventus…
“Quando stavano bene fisicamente tutto filava liscio. Poi quando sono calati la squadra si è sfaldata. La Juventus soffre quando manca la condizione fisica. Ferrara ha troppe pressioni, deve vincere per forza. Invece a volte va bene anche non perdere”.

Ma Diego è un bidone?
“E’ un grande giocatore, ha grandi qualità. Non mi piace sentire che un giocatore non può giocare con un determinato modulo. Se uno è bravo… è bravo sempre”. E Melo? “Io lo vedo male. c’è qualcosa che non va, perché uno che ha le sue qualità non può sbagliare sette passaggi su dieci. Comunque in questo momento manca l’unione. La Juventus vista con il Catania non aveva solidità. Io ho visto Messi e Ibrahimovic tornare a centrocampo a coprire gli spazi sul 4-0 con il Saragozza. C’è una bella differenza. La Juventus è forte, ma serve pazienza. Non si può pensare che Ferrara possa vincere subito”.

Non abbiamo parlato di Mourinho…
“A me non ha insegnato nulla – spiega Cagni – Per me in Italia ha solo imparato. E’ un fenomeno mediatico, ma perché può farlo. Se uno dei tecnici italiani facesse come lui verrebbe mangiato vivo. L’Italia è fatta così. Comunque ha capito che qui non può vincere la Champions. Si sta preparando la strada per l’addio. Parlando di tecnici mi piace Prandelli. Seguo Ventura. Poi Allegri, che fa giocare davvero bene il suo Cagliari. Poi ci sono Ancelotti, Spalletti e Mancini, tutti ottimi tecnici”.

E poi c’è Pillon, che ha regalato un gol alla squadra avversaria…
“Una bella storia, ma figlia delle nostre colpe. Tutti sappiamo che solo l’arbitro può interrompere il gioco, ma se uno dei nostri resta a terra e la squadra avversaria non si ferma ci arrabbiamo. Non siamo capaci di rispettare le regole perché spesso non le conosciamo. Pillon ha fatto una cosa meravigliosa, ma dovremmo riflettere di più sul nostro modo di vivere le regole del calcio”.

Passiamo ai giocatori. Messi è il più forte?
“Immenso, giocatore sublime. E’ giovane e ha tanta voglia”.

E Cristiano Ronaldo?
“Altro grande fuoriclasse, ma lui e Lionel sono diversi. Impossibile fare un paragone”.

E Balotelli?
“Non so che dire. C’è qualcosa che non va. Mi sta simpatico perché parla bresciano meglio di me – ride – Però non si fa volere bene. Non gli fanno i cori perché è nero, li fanno perché non si fa amare. E’ fortunato ad essere nato in questa generazione. In passato avrebbe avuto grossi problemi alle gambe. Quelli come lui subivano falli pesanti”.

Forse i giovani calciatori si montano la testa subito…
“I giovani vanno capiti e aiutati. A Empoli avevo in prestito un ragazzo che guadagnava 180mila euro l’anno. Non è semplice tenere i piedi per terra. Io alla sua età avevo una 850 di seconda mano…..”.