Calcio nelle vene

17 luglio 2014

Conte
Solo così si vince.
Regole, professionalità, carica agonistica e “uomini” giocatori di qualità.
Il tutto condiviso da una Società che crede nell’allenatore e nel suo modo di gestire i protagonisti, rispettando sempre le sue decisioni e aiutandolo, soprattutto, nei momenti delicati.
Ho vinto 3 campionati e sono andato in Uefa con l’Empoli sempre e solo perché le società facevano rispettare le mie regole e il mio modo di interpretare la professione anche contro lamentele fatte da giocatori importanti.
L’allenatore deve sentirsi integrato completamente nel gruppo, lo deve sentire fisicamente legato a lui e alle sue idee.
E’ una sensazione unica che ti riempie le vene quando sei a contatto con loro, hai l’adrenalina sempre in circolo e ti senti di poter fare qualsiasi tipo di battaglia.
Se hai queste sensazioni puoi fare questo lavoro ed essere vincente.
Quanti in Italia possono avere questo tipo di emozioni?
Pochi, secondo me, visto quello che sta accadendo negli ultimi anni , e quei pochi vinceranno sicuramente.
Ho sempre più la sensazione che la maggior parte dei presidenti, oltre che essere convinti di essere esperti di calcio, credano anche nella poca importanza di avere un allenatore preparato ed esperto.
Mi sembra che vadano a cercare più “signor sì” che uomini di personalità.
Pensano che l’allenatore debba, solo, allenare i giocatori messigli a disposizione, e questo potrebbe essere anche giusto vista la crisi, ma poi pretendono obbiettivi importanti.
Non capiscono l’importanza di fare sentire al proprio allenatore di essere al centro di un progetto.
I colleghi che, pur di lavorare, accettano situazioni precarie hanno perso in partenza.
Un mese fa sono stato contattato da una società a cui non ho chiesto per prima cosa l’ingaggio, ma che mi avrebbero dovuto prendere solo se avessero creduto in me e nel mio modo di lavorare.
Hanno fatto bene a sceglierne un altro, sperando lo abbiano fatto per il motivo di cui sopra e ,allora, potranno centrare l’obbiettivo.
Conte è stato “un grande” e sarà sempre un vincente.
La sua onestà professionale lo porterà ad avere sempre più successi e invidie.
La Juve ha agito, giustamente, con la propria linea ed ha capito il gesto corretto del suo ex allenatore dimostrando un rapporto di grande rispetto professionale.
Non smetterò mai di dire che “ognuno deve fare il proprio lavoro”, con i tuttologi vai a fondo.
Deve essere ripristinata la “gavetta” in tutti i campi e capire il valore del “tempo” e della progettazione.

Gigi Cagni


Quando anche i migliori sbagliano

18 marzo 2014

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Torniamo al calcio giocato e alla tattica.

Mi è sembrato veramente strano l’errore dei due centrali della Juve sul gol di Gomez  nella gara di Coppa.

Se questo errore viene fatto dalla difesa più forte del campionato, le mie preoccupazioni sull’insegnamento della fase difensiva specifica negli ultimi 30m, aumentano e diventano sempre più allarmanti.

Ribadisco un concetto importante: se fossi in qualsiasi altro paese europeo dove l’importanza del risultato è diversa dalla nostra, non farei questo tipo di ragionamento tecnico-tattico.

Purtroppo si vede di frequente che il centravanti, o un altro degli attaccanti, si infili fra i due centrali o nella linea e si presenti davanti al portiere solo.

Senza tralasciare che, su un cross dal fondo, si vedono avversari soli in area con i difensori che guardano la palla.

Ma la “diagonale o la copertura (chiamatela come volete o dategli altri termini moderni)” la insegnano o va tutto ad esperienza del singolo?

Ho preso l’esempio di questo ultimo episodio solo perché accaduto recentemente ma non voglio certamente criticare il lavoro di Conte che, sono convinto, certe cose le insegni.

Se la palla è scoperta e non si fa il fuorigioco, i 4 difensori non devono essere in linea, altrimenti l’attaccante furbo, dopo aver corso orizzontalmente, taglia in mezzo e, sfruttando un lancio preciso naturalmente,  si trova solo davanti al portiere.

Esiste però una situazione particolare, di difficile lettura – anche se, conoscendo e studiando gli avversari si dovrebbe poter attuare una efficace risposta anche in quel caso – ed è quando a metà campo o ai 40m, un giocatore passa orizzontalmente la palla al compagno e questo, immediatamente, calcia oltre la linea difensiva per l’attaccante che fa l’inserimento fra la linea (Totti è maestro in questa giocata).

Questo errore lo accetterei perché è così veloce l’azione che i 4 difensori dovrebbero essere da tanto tempo insieme e quindi capaci di anticipare, con uno dei centrali che parla e comanda, l’esecuzione della contromisura.

Quindi, riassumendo, quando la palla è scoperta: o si fa il fuorigioco, o si fanno le DIAGONALI di copertura “esasperate” lasciando sempre libero l’avversario più lontano dalla porta.

Insegnate queste cose nei settori giovanili, compreso l’uno contro uno, e vedrete che avrete meno rischi difensivi e, probabilmente, prendendo meno gol conquisterete la palla prima senza indietreggiare e così inizierete meglio la fase offensiva.

Tutto questo serve molto per attaccare perché, come ho detto tante volte, prima faccio bene la fase difensiva, prima conquisto la palla e “prima” posso essere pericoloso, essendo più vicino alla porta avversaria.

Gigi Cagni


INCONTRI RAVVICINATI

18 febbraio 2013

ANTONIO CONTE

ANTONIO CONTE

Annosa discussione riguardo al fatto che, in certi momenti del campionato, si accavallano gare che non ti permettono di recuperare le energie, soprattutto nervose.
Lo si sa sin dall’inizio: è il prezzo che devi pagare per tutto il denaro che le televisioni sborsano per il calcio.
Riuscire a giocare tre gare in una settimana senza subire un calo di prestazione è sicuramente la cosa più difficile da programmare, soprattutto se credi che il miglior sistema energetico da sviluppare è “la forza” in tutte le sue espressioni.
Lo so per esperienza perché è sempre stata la mia ricerca sin dall’inizio della mia carriera da professionista.
Avendo provato da giocatore, con Sonetti, quanto fosse redditizio sviluppare questo sistema come primario sia in preparazione che durante il campionato, quando ho iniziato a fare l’allenatore ho scelto questa strada per impostare tutta la programmazione atletica.
Nel 1990, a Coverciano, ero forse l’unico che adottava questo tipo di metodo perché tutti, o quasi, credevano fosse determinante, o primaria, la “potenza aerobica”.
Ci sono voluti 5 anni di sperimentazioni per trovare il mix giusto.
Anch’io nei primi anni, dopo il sostegno invernale, avevo una crisi di prestazioni fisiche negative, e di conseguenza di risultati. Superato questo periodo era tutto in discesa (i campionati si vincono o si perdono nelle ultime 10 gare).
Credo che il calcio moderno non ha solo come base dei risultati, la parte tattica ma, essenziale, è anche riuscire ad esprimerla a ritmi elevati.
Chi riesce a trovare l’equilibrio giusto nello sviluppo dei sistemi energetici, in riferimento agli impegni del calendario, ha il vantaggio di avere continuità nelle prestazioni.
Tutti sanno che la continuità è la base dei buoni risultati di classifica, ma è anche la più difficile da raggiungere.
Quello che sta accadendo alla Juve, in misura ridotta naturalmente, l’ho provata all’inizio della mia carriera.
Però mi ha permesso di vincere 3 campionati in 6 anni (poi anche salvezze insperate), ma mi ha fatto soffrire e avere periodi di insicurezze enormi.
Il vantaggio è stato, oltre ad avere un preparatore di qualità, quello di aver provato personalmente il vantaggio di questi sistemi.
Mi permetto quindi di dire a Conte che deve avere l’umiltà di usare queste esperienze negative per la sua crescita futura senza accanirsi, forse giustamente, contro i calendari “televisivi” (che ti permettono, comunque, di costruire organici competitivi).
Il suo prossimo obiettivo non deve essere solo lo sviluppo delle conoscenze tattiche ma, parallelamente, il metodo giusto di supporto atletico in questi periodi particolari.
E’ raggiungibile se si rimane sereni e vogliosi di nuove sperimentazioni, sopportandone i periodi negativi.
Finisco con un riferimento che è strettamente legato all’argomento, se non determinante.
Tutto può avere una risposta soddisfacente solo se i giocatori hanno una cultura di comportamenti adatti a sopportare questi sforzi ravvicinati.
Mi chiedo” Come mai Barzagli non sbaglia una partita a livello fisico?”… Chiedetevelo anche voi, compagni di squadra!!!!!!

Gigi Cagni


Juve-Inter 1-3

4 novembre 2012

Complimenti Inter e complimenti a Stramaccioni, primo esame vero superato.

Lo scetticismo, anche da parte mia, si sta affievolendo perché sta dimostrando una cosa importante, direi determinante oggi, e cioè avere  la stima dei  giocatori e l’appoggio incondizionato della società.

Magari Moratti capirà quanto sia importante questo anche quando le cose dovessero non funzionare benissimo.

Ma adesso viene la parte più difficile.

Il riconfermarsi ed essere la seconda pretendente, oggi a pieno diritto, per lo scudetto significherà avere tutte le avversarie che si chiuderanno, senza permettere di sfruttare la propria arma migliore, che è stata la fortuna del Napoli di Mazzarri, e cioè il contropiede.

L’Inter ha sicuramente il tridente più qualitativo del Campionato che viene esaltato dal 3-4-3.

Ho visto da vicino per molto tempo quello fatto da Gasperini con il Genoa e, devo dire, non mi convinceva molto perché, secondo me, se non hai una punta che fa 20 gol e le altre in doppia cifra, o molto vicino, rischi tantissimo.

Analizzando bene la gara di ieri sera la cosa viene confermata perché, togliendo il primo gol in fuorigioco, Marchisio ha avuto 2 occasioni importanti nei primi 15’che potevano costare molto.

Oltretutto il rischio aumenta nel momento in cui fai stare la squadra molto alta.

Il sacrificio delle tre punte è determinante ma, allo stesso modo, devi avere difensori attenti, organizzati e forti nell’1 contro1 e con un portiere che sappia leggere le azioni come un secondo libero (Handanovic è fortissimo anche fra i pali).

Ultima, ma non ultima, anzi, la condizione fisica eccellente di tutti i giocatori, (calcolando il fatto che era la terza gara in una settimana).

Penso che sia stata proprio quella la chiave determinante perché, anche l’anno scorso, la forza della Juve consisteva nel dare sempre ritmi molto alti.

Ciò conferma quello che sto sostenendo da molti anni e cioè che un giocatore mostra  al meglio le sue qualità tecnico-tattiche quando è nella condizione psico-fisica ottimale, ciò permette di azzardare anche tatticamente.

Ed è su questo argomento che mi arrabbio perché, avendo fatto il calciatore so che, quando si raggiunge la migliore condizione psico-fisica, si può mantenere per lungo tempo con piccoli cali fisiologici dovuti al dispendio nervoso ma non fisico (guarda caso il collegamento con Zanetti  dell’articolo precedente viene ad hoc).

Vi posso assicurare che con una vita sana e con un comportamento mentale e professionale giusto la condizione massima è sostenibile per un campionato intero.

Questo è quello che gli allenatori ma, soprattutto, le società devono pretendere dai giocatori: il rispetto delle regole ne guadagnerà lo spettacolo e, tutte le partite, potranno essere godibili come quelle di ieri sera.

Complimenti ancora a Stramaccioni che ha saputo dare un’identità tattica adatta alle qualità della propria squadra, questa per me è stata la sua intuizione migliore, ma che può essere messa in atto solo se hai quel tipo di giocatori.

Dico questo rivolgendomi a tutti i miei colleghi, soprattutto dei settori giovanili, la tattica non segue le mode ma la conoscenza che ha l’allenatore dei vari metodi di gioco in riferimento al proprio organico.

Buon lavoro e buon divertimento.

Gigi Cagni


MOMENTI INDIMENTICABILI

5 marzo 2011

Prendo lo spunto da quello che mi ha scritto Christian sul blog per raccontare una delle mie più belle giornate da allenatore.
Ero stato ingaggiato dal Piacenza in serie C1 nel 1990, dopo avere fatto un anno in C2 nella Centese. Avrei avuto la possibilità di andare in B sia con il Monza che con il Como ma, NON AVENDO IL PATENTINO DI PRIMA CATEGORIA, mi sembrò giusto e corretto andare nella categoria giusta per la mia qualifica. L’altra cosa importantissima fu che venni contattato dal direttore sportivo Giampiero Marchetti, ex giocatore di Atalanta e Juve, bresciano come me, con cui ebbi immediatamente la sensazione che si parlasse lo stesso linguaggio calcistico. La cosa venne avvalorata quando, in seguito, conobbi sia il vice presidente Rag. Quartini che il presidente ing.Garilli. Uomini di una generazione fatta di lavoro e onestà intellettuale, con dei principi basilari per permettere all’allenatore di dare l meglio di sé. Era chiaro che volevano VINCERE, ma sapevano anche che perché accadesse dovevano darmi tutti gli strumenti per farlo. Carta bianca, prima di tutto, ma anche la responsabilità del dovere raggiungere l’obiettivo con i mezzi da me scelti e il tempo GIUSTO per poterlo raggiungere. Quindi iniziai dalla C1 con un organico molto forte (Occhipinti, Braghin, Cappellini, Cornacchini, Piovani ecc… alcuni dei più forti ma gli altri erano allo stesso livello).

Le promozioni erano solo due e il campionato era molto difficile. Puntai, per prima cosa, sull’aspetto fisico, sempre per il principio che, per me, se un giocatore è nella migliore condizione psico-fisica, rende al massimo in quella tecnico tattica.
Quindi CULO MOSTRUOSO in ritiro. 4 settimane in Val Seriana, erano distrutti, ma io soddisfatto perché avevo capito di avere un gruppo che sapeva sopportare grossi sacrifici (alla terza settimana, sentiti gli umori, dissi che chi voleva poteva andare a casa per 2 giorni o fare venire le mogli o le fidanzate a trovarli in ritiro. Dopo una breve riunione venne il capitano e mi informò che TUTTI volevano rimanere perché credevano a quello che gli avevo detto e cioè che da quel sacrificio si potevano costruire le vittorie. Da lì capii di avere un gruppo vincente).
Impostai il campionato sulla fase difensiva perché c’è un principio che vale tuttora, e varrà sempre, e cioè se devi vincere a tutti i costi e hai appena iniziato la tua avventura in quel club, devi dare delle certezze di RISULTATO per far accrescere ai giocatori la fiducia nei propri mezzi, ed è statistico che vince chi subisce meno gol. Oltretutto avevo visto di possedere una squadra con delle qualità offensive che mi davano la serenità e che prima o dopo il gol noi lo avremmo fatto. Così fu e quindi, l’anno dopo in B, iniziai la mia costruzione non soltanto del risultato, anche se era determinante la salvezza mai raggiunta dal Piacenza negli anni precedenti, ma anche di dare il gioco che, secondo me, poteva dare risultato e piacere per noi e per chi ci seguiva. Non fu facile, ci salvammo alla fine per le qualità della squadra sia tecniche che professionali e morali (non è mai l’allenatore che vince ma i giocatori, l’allenatore deve essere bravo a farli rendere al massimo).
E da qui iniziò il GODIMENTO. Quasi la stessa squadra per il terzo anno, integrandola con elementi di sicuro affidamento sia tecnico che psico-fisico per le mie esigenze, per il mio AMATO 4-3-3. Ero ossessivo in ogni allenamento, pretendevo sempre il massimo sotto tutti gli aspetti, ero passionale perché LORO mi accendevano questa passione. Gli schemi che vi ho illustrato nel blog erano la base del nostro gioco sia difensivo che offensivo (ho sempre avuto il capo cannoniere del campionato, anche se mi avevano messo l’etichetta di difensivista) e si realizzava sempre meglio perché, con il loro aiuto, veniva modificato in ogni allenamento o partita.
Nelle gare ufficiali ero sempre in piedi e non sempre avevo espressioni da Lord Inglese, ma mi conoscevano e sopportavano perché sapevano che qualsiasi cosa dicessi era per il bene della squadra. Ero ossessivo per il gioco offensivo, li avevo convinti, con i fatti naturalmente, che quegli schemi erano efficaci sempre e contro chiunque. In tutti gli allenamenti c’erano sempre partitine a 1 tocco o tre tocchi massimo.

Volevo la pressione costante sull’avversario e cross, cross e ancora cross, costruiti sulla base dei nostri schemi (dico nostri perché le varianti si erano aggiunte volta per volta con il loro apporto, e poi provate e riprovate finchè non eravamo certi che fossero producenti ).
Credevano in me e io in loro.
Veniamo ora al fatto di cui ho accennato all’inizio e che mi ha dato lo spunto per raccontarvi un po’ delle mie esperienze all’inizio della mia avventura calcistica.
Cesena – Piacenza, campo splendido, clima giusto, squadra avversaria forte ma che prediligeva il gioco. Iniziata la partita ho capito subito che sarebbe stata la giornata ideale. Lo avevo già intuito nello spogliatoio (questa è una sensazione che sento molte volte e che spiego con una frase significativa ”SENTO I MUSCOLI” è proprio una sensazione fisica di TONICITA’ che avverto nello spogliatoio quando rientrano dal riscaldamento pregara )
Non ho parlato per tutta la partita, giocavano a memoria, gli schemi venivano come se fossimo in allenamento senza avversario. Nelle due fasi erano perfetti sia tatticamente che tecnicamente, corti e uniti sempre, mai una sbavatura e gli errori non si vedevano perché c’era immediatamente un compagno che sopperiva e non li rendeva evidenti.

Unico problema fu che De Vitis (uno dei più forti centravanti che abbia allenato) non inquadrava la porta. Vi posso dire che la cosa non mi interessava, giocavano troppo bene e il risultato era relativo in quel momento, GODEVO TROPPO, seconde me anche se non avessimo vinto sapevo che quella sarebbe stata la partita che mi avrebbe dato ancora più certezze per quello che era il mio credo calcistico. Per la cronaca vincemmo 1 a 0 con gol di Papais, con un tiro da 25m a pochi minuti dalla fine. Vi posso assicurare che una gara di quel tipo ti può sollevare da ogni delusione che questo lavoro ti può dare.

Ancora oggi, quando rivedo qualche giocatore di quei tempi, lo ringrazio per avermi permesso di esprimere le mie convinzioni al meglio. Non si può non amare questo mestiere.

Gigi Cagni