LA CONVINZIONE NELLA SCELTA

6 febbraio 2013

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Penso di essere stato uno dei pochi che, pubblicamente, ha criticato all’inizio del campionato la scelta dell’Inter su Stramaccioni.
Una critica non certamente all’allenatore Stramaccioni, che sicuramente ha delle qualità, ma all’azzardo della società di
prendere una decisione che poteva sembrare coraggiosa ma, secondo me, poco razionale e fatta di “pancia”.
Ho detto anche che se si è convinti di una scelta bisogna, però, sostenerla sino alla fine.
E qui mi permetto di giudicare questo momento della squadra milanese con l’occhio dell’allenatore esperto.
Nei momenti di difficoltà, che comunque sono fisiologici in un campionato difficile come il nostro, i dirigenti con in primis il Presidente, DEVONO in modo inequivocabile, sostenere l’operato dell’allenatore senza tentennamenti, facendogli sentire il loro appoggio incondizionato.
Sempre che si abbia veramente fiducia perché i giocatori questo lo sentono.
Oltretutto in un ambiente mediatico come il nostro in cui è di moda fare il toto allenatore nei momenti di risultati negativi.
A questo proposito vi racconto un episodio accadutomi il primo anno di Empoli.
Avevo preso la squadra in A a gennaio, dopo Somma, con il destino già segnato: quasi retrocessione matematica.
Nelle prime due gare (Juve a Torino e Parma in casa) 0 punti, però la squadra dava segnali positivi.
Comunque già si ipotizzava il ritorno dell’allenatore precedente, che pare ci mettesse del suo con qualche telefonata non proprio senza interessi con alcuni giocatori legati a lui.
Avevamo la doppia trasferta Cagliari e Lecce.
Nella prima gara, sconfitta clamorosa.
Nella programmazione della doppia trasferta c’era il trasferimento immediato a Lecce per un mini ritiro.
Il giorno dopo il nostro arrivo, faccio una riunione tecnica in cui avevo programmato uno sfogo di quelli che o svegliano il gruppo o lo uccidono definitivamente.
Sto per iniziare, quando si apre la porta e entra il direttore sportivo, Pino Vitale, che mi chiede se può dire due parole lui prima di me.
Dopo avere acconsentito, si è messo di fronte a tutti, guardandoli negli occhi, e ha detto con voce decisa e sincera:”Giovanotti, questo signore starà con noi fino alla fine anche se retrocederemo perché noi ci fidiamo di lui”, ed è uscito.
Io ho detto tutto quello che pensavo ma con ancor più convinzione ed enfasi.
Abbiamo vinto a Lecce e da lì è iniziata la nostra scalata verso la salvezza ottenuta con una giornata di anticipo.
Quando, all’inizio del campionato, dissi che “forse”il salto dalla primavera alla prima squadra (Inter e non una di fascia bassa) era un po’ azzardato, qualcuno mi ha detto che qualche dirigente si è offeso ed alcuni blogger mi hanno scritto che “forse”ero un po’ invidioso.
Amo tanto questo mestiere che tutto quello che faccio e dico vuole rappresentare, esclusivamente, un apporto alla sua crescita.
Mi hanno insegnato, fortunatamente, che i risultati si ottengono se l’ultima cosa a cui devi pensare è il tuo tornaconto, praticando uno sport di squadra.
E’ un principio che mi ha accompagnato per tutta la mia carriera professionale e che mi ha sempre dato grosse soddisfazioni.

Gigi Cagni


Nuova figura necessaria nel calcio moderno

29 gennaio 2013

alexBene, visto che gli errori difensivi madornali continuano ad accadere nei nostri campionati, penso sia venuto il momento di proporre un pensiero che mi frulla per la testa da qualche anno.
Secondo me deve nascere una nuova figura negli staff delle squadre di qualsiasi livello.
Mi sembra intuibile, visti gli ultimi argomenti, che è quello dell’allenatore specifico sia dei difensori che della tattica difensiva di reparto.
Voi direte: “C’è già l’allenatore in seconda che dovrebbe fare questo”.
Certo che c’è in quasi tutte le squadre, ma non in tutte è un difensore di esperienza, anzi..
Quindi credo sia necessario che ci si adegui alle esigenze tecnico-tattiche che i campionati mettono in evidenza.
Da quando esistono i campionati in Italia è statistico che vince, a parte qualche caso sporadico, chi prende meno gol.
Lo posso dire per esperienza personale visto che ho vinto tre campionati e ottenuto salvezze importanti in serie A mettendo in atto questo principio.
Tutte le volte che sono subentrato a campionato in corso, per riuscire a cambiare la tendenza, sono intervenuto immediatamente nella fase difensiva da parte di tutta la squadra per dare le prime certezze e sicurezze.
Psicologicamente prendere gol è devastante, a meno che tu non riesca sempre a farne di più (la cosa è abbastanza difficile e, comunque, non può durare nel tempo).
Capendo che in un calcio così stressante in cui un allenatore deve gestire 30 giocatori, trovare il tempo per allenare i singoli e i reparti, singolarmente, con continuità, sia difficile.
Sono sempre più convinto che sia assolutamente necessario introdurre la figura di cui ho detto sopra.
Per non essere frainteso e tacciato per difensivista, aggiungo che avrebbe anche il compito di allenare la tecnica individuale per l’inizio della COSTRUZIONE del gioco.
Lo dimostra il fatto che quando prendo in mano una squadra e parlo di tattica le prime volte, per la fase difensiva inizio dagli ATTACCANTI (non che debbano fare i difensori ma che sappiano come comportarsi quando hanno la palla gli avversari sì) e quella OFFENSIVA dai difensori (smarcarsi per il possesso, il sostegno e il lancio deve far parte del loro bagaglio tecnico).

Gigi Cagni


Fuori Gioco

16 giugno 2010

Ho la netta sensazione che anche quest’anno non troverò la squadra per l’inizio del campionato.
La cosa mi disturba molto perché non riesco a capire dove ho sbagliato e perché tutti i buoni risultati fatti in passato non mi permettono di trovare lavoro. Capisco che ci sono nuove generazioni di allenatori molto bravi e preparati ma, come in tutti i campi, penso che l’esperienza abbia ancora un suo valore.
Sicuramente l’errore che ho fatto in passato è stato di non essere molto diplomatico e poco incline alle pubbliche relazioni. Errori gravissimi per il sistema moderno, non solo calcistico. La conoscenza e i rapporti con le persone giuste aiutano senza dubbio.
L’essere intransigenti e magari un po’ troppo integralisti sull’etica, la professionalità e l’onestà intellettuale sono presi come difetti. Tutto questo fa parte della sfera non tecnica e quindi la mia è stata solo una disamina di quello che mi sembra di vedere in questo sistema ma, a dire la verità, non mi tocca più di tanto.
La  personalità e il carattere, che mi hanno aiutato a ottenere ottimi risultati, non si possono cambiare a 60 anni anche se è giusto modificarli per smussare quei difetti caratteriali che oggi non si possono più avere con una generazione totalmente diversa.
Ma la cosa che mi fa imbestialire è che si pensa che siamo vecchi tatticamente e nell’interpretazione del calcio moderno.
Chi mi conosce sa benissimo che se ho un pregio è quello di essere corretto e obiettivo nei giudizi.
Vedo calcio da 40 anni, ho allenato a tutte le latitudini e in tutte le situazioni ambientali, ho usato tutti i moduli esistenti (anche se con nomi diversi dagli attuali), ho sperimentato, con il mio preparatore, sistemi di allenamento all’avanguardia (15 anni fa mi dicevano che ero un pazzo perché allenavo più la forza della potenza aerobica ).
Nel 2000 alla Samp ho introdotto la Zona come sistema alimentare, ho vinto 3 campionati e sono andato in UEFA con l’Empoli. Nella mia carriera ventennale di tecnico  ho fatto esordire decine e decine di giovani promesse e devo sentirmi dire che sono vecchio calcisticamente e che non sono adatto al calcio moderno a differenza dei giovani allenatori che hanno una mentalità vincente e sono propensi allo spettacolo. Non posso accettare questa classificazione. Posso accettare di non allenare perché ci sono allenatori giovani che hanno dimostrato le loro capacità con risultati importanti facendo giocare le squadre in modo efficace e anche spettacolare, ma non posso sentirmi dire che non sono all’altezza di esprimere il gioco MODERNO perché ho idee antiche.
Forse chi giudica dovrebbe conoscere meglio il modo di allenare di noi vecchi allenatori.
Il possesso palla, le partitine a tema, l’insegnare la tecnica individuale e di gruppo, le tattiche,  sia difensive che offensive e l’importanza determinante della parte psico-fisica, la gestione dei giocatori e del campionato fanno parte del nostro bagaglio costruito in tanti anni di GAVETTA.
La domanda che mi frulla di più nella testa è:”Perché se non siamo adatti ora, nel momento in cui ci sono problemi grossi chiamano noi? Come mai siamo adatti a risolvere situazioni difficili e non siamo capaci ad iniziarne più facili?” Siamo il paese delle contraddizioni,su questo non ci sono dubbi.
Comunque l’età una cosa importante te la da, è la pazienza e la capacità di sapere riflettere e accettare i cambiamenti sapendo che, alla fine, la tua esperienza servirà.

Gigi Cagni


Il Gusto del Pallone

17 febbraio 2010

Quanto mi è piaciuto giocare a pallone!!! E’ stata la mia esistenza e lo è tuttora ma in un ruolo diverso. Le vibrazioni che da l’adrenalina, la pelle d’oca e le ansie pre-gara , sono sensazioni impagabili.
Nell’ultima partita delle mie 600 da professionista ho avuto tutte le stesse emozioni provate nella prima quando ho esordito a Cagliari a 19 anni in A. Anche adesso da allenatore, e con qualche anno in più di esperienza, le cose non sono cambiate molto, fortunatamente.
Sono cambiate le responsabilità seppur, negli ultimi anni da giocatore, facevo già l’allenatore in campo. Mi sentivo responsabile anche di certe sconfitte perché dipendevano molto da come gestivo il mio ruolo nel comandare la squadra, soprattutto nella fase difensiva, ma anche nella preparazione della gara durante la settimana , negli allenamenti , per l’esempio che dovevo dare ogni giorno. Quindi, quando ho iniziato a fare l’allenatore avevo già provato certe situazioni psicologiche di quando hai la diretta responsabilità di una squadra e della programmazione sia della partita che della stagione con un obiettivo importante da raggiungere.
Certo che le situazioni sono differenti, fare il leader da giocatore è diverso che da allenatore, ma le due cose sono in parte simili ed è il motivo per cui non ho avuto grande difficoltà a sopportare le prime grosse responsabilità quando ho iniziato con la mia prima squadra professionistica a Cento in C2 nell’ 89.
Sapevo di dover dimostrare ogni giorno che la fiducia datami dalla società era ben riposta ma, soprattutto, dovevo guadagnarmi la stima dei giocatori. Ero convinto che il mio modo di lavorare e i mezzi che usavo, anche se un po’ PESANTI, avrebbero dato dei frutti.
Oltretutto non avevo collaboratori miei, ero solo, facevo anche la preparazione atletica, mentre i portieri, invece, li allenava un collaboratore della società . Mi ricorderò sempre le sensazioni della prima settimana di preparazione della mia prima gara di campionato.
Il metodo non era quello attuale. Già i primi giorni, dopo avere visionato in cassetta e letto la relazione dell’osservatore del futuro avversario, iniziavo ad immaginarmi la formazione più adatta per l’incontro e, quindi, nelle esercitazioni tecnico tattiche, predisponevo i giocatori simulando quelle che potevano essere le situazioni di gara della domenica.
Emotivamente ero già in fibrillazione sprecando un sacco di energie vivendo giorno per giorno quello che sarebbe potuto avvenire la domenica.
Anche la formazione la decidevo già perché, facendo così, pensavo di avere un vantaggio tattico. Ero convinto che chi era escluso capisse e si adeguasse alla decisione avendo comunque un comportamento professionale.
Così, la domenica mattina andavo nelle camere, dopo la prima colazione, passando inizialmente da chi non giocava pretendendo che comprendessero e, soprattutto, accettassero tranquillamente le mie spiegazioni riguardo l’esclusione.

Naturalmente le loro espressioni non erano delle migliori e se il loro comportamento settimanale era stato esemplare, andavo in crisi perché mi dispiaceva. Altre energie sprecate inutilmente. Se, poi, accadeva che un giocatore titolare non potesse entrare in campo perché la domenica mattina si era sentito male o aveva un problema muscolare, mi saltavano tutti i piani e dovevo rifare tutto, di nuovo, spreco di energie utili.
La formazione e le disposizioni tattiche dell’incontro, comprese le palle inattive a favore e sfavore, più quello che erano le mie sensazioni emotive e ciò che volevo da loro sottoforma di concentrazione e carica agonistica, le trasmettevo con grande enfasi in albergo prima di salire sul bus per andare al campo.
Nello spogliatoio, mentre si cambiavano, andavo uno per uno, e ripassavo i loro compiti sia tattici che tecnici conforme al ruolo (es: al difensore ricordavo la posizione del corpo e cosa dovesse fare contro un attaccante veloce e dribblomane).
Quando ritornavano, dopo il riscaldamento, stavo in silenzio finché non veniva l’arbitro per l’appello, cercando di capire quali fossero le loro sensazioni da quello che si dicevano e dai loro comportamenti .
Se intuivo, o non “SENTIVO” LA MUSCOLATURA, se avvertivo un’atmosfera, secondo me, non adatta allo spirito agonistico che io pretendevo, iniziavo a spronarli e catechizzarli con un tono molto elevato, con espressioni colorite e di grande impatto empatico, il tutto lasciandomi trasportare dall’istinto e dalla passione.
L’inizio della partita era la liberazione perché entravo in trans agonistica e tutto si dipanava, diventavo lucido e deciso vivendo attimo per attimo ogni azione e ogni movimento dei miei giocatori come se la giocassi io.
Oggi, dopo tanti anni di esperienza, sono cambiati i metodi di preparazione settimanale della partita. Non decido la formazione il martedì, li tengo tutti sulla corda, non do spiegazioni la domenica, chi le vorrà, con grande piacere, il martedì successivo nel mio spogliatoio o davanti a tutti conforme alle esigenze del giocatore stesso.
Chi andrà in campo lo scrivo su un foglio, con tutti i compiti tattici dei singoli e di squadra comprese le palle inattive, dopo che il dottore mi ha comunicato che tutti stanno bene e dopo la passeggiata con Lorieri (allenatore dei portieri e mio SECONDO), con cui ho condiviso le mie decisioni e avuto un confronto di opinioni. Arrivo all’incontro in albergo, prima di partire per il campo, più lucido e sereno.
TUTTO IL RESTO E’UGUALE A 20 ANNI FA,CHE EMOZIONI,CHE ADRENALINA.
Troppo bello!!!

Gigi Cagni
 
 

 


Campione o Fuoriclasse?

5 febbraio 2010

Notizie di attualità: la prima riguarda il SOLITO Balotelli multato dalla società, che si è schierata con l’allenatore, per avere avuto delle azioni di intemperanza nei confronti di quest’ ultimo nella partita di Coppa (ci mancherebbe che si schierassero con il giocatore)e la seconda, è che il tribunale di Milano ha MULTATO I GENITORI di due ragazzi minorenni, che avevano violentato una loro coetanea, con 450000 € di risarcimento per “NON AVER EDUCATO I FIGLI AI SENTIMENTI”. Cosa accomuna questi due fatti così diversi? Molto. Dicevano una volta che è inutile chiudere la stalla quando i buoi sono scappati (i proverbi sono la saggezza dei popoli, insegnateli senza paura di essere derisi) e quindi se si continua a essere pazienti e tolleranti pensando che prima o poi il soggetto capisca, specialmente se giovane e immaturo, si fa un grosso errore.


L’educazione e il rispetto, sia per le persone che per le cose, deve essere alla base per ogni INSEGNANTE sia esso genitore o educatore. Qual è l’esempio che tutti i giorni viene dato a questa generazione? Perchè a Balotelli non e stato detto che, essendo un personaggio pubblico e un’ottimo giocatore, viene guardato con ammirazione e spirito di emulazione dai suoi giovani fans? Perchè diventa difficile avere nelle squadre dei giocatori che abbiano ancora quel sentimento che fa rendere il doppio, specialmente nelle grosse difficoltà, che si chiamava ATTACCAMENTO ALLA MAGLIA? Lungi da me voler essere retorico e tradizionalista, anzi, sono al massimo del realismo proprio perchè con le esperienze acquisite posso valutare meglio le situazioni.
Esistono delle regole non scritte che se non rispettate portano all’involuzione e non all’evoluzione e queste riguardano tutte le sfere della nostra vita quotidiana.
Nessuno vuole frenare l’entusiasmo e la spregiudicatezza di quando si è giovani, la fantasia e i sogni sono alla base della crescita di un uomo, ma al tempo stesso si deve avere la coscienza che non si vive in un mondo proprio dove tutto ti è permesso.
L’accostamento dei due fatti potrà sembrare forte, non voglio certamente paragonare ed equiparare le intemperanze di Balotelli all’atto criminoso, ma quando ho letto la motivazione della sentenza, il collegamento l’ho trovato e sta nelle parole: EDUCARE E SENTIMENTI.
Secondo me la tecnica e la tattica vengono dopo, diventa difficile ottenere quello che vuoi se chiunque in campo ti può mandare a quel paese se non gli piacciono le tue decisioni.
Quello che è accaduto a San Siro e che accade in tutti i campi d’Italia è il frutto di questo lassismo nei confronti dei giovani talenti a cui non si fa capire l’importanza del ruolo che hanno nell’ambito dell’opinione pubblica concedendogli qualsiasi azione senza intervenire alla radice.
La differenza fra Campione e Fuoriclasse è enorme perché nel CAMPIONE prevale la qualità dell’uomo su quella tecnica.

Gigi Cagni


“Pensieri e Parole”….. di Luigi Cagni

9 gennaio 2010

In questo fine settimana sto vivendo una situazione emotiva e professionale che mi ripaga di tante amarezze e che mi riconcilia con il calcio proprio nella “mia terra” che,nella maggior parte dei casi,dimostra di avere ancora nel proprio DNA certi valori.

Non so come andrà a finire tra il mio amico Lino Mutti e me per la panchina dell’Atalanta, una cosa è certa, che è stato un “duello” leale e SPORTIVO che ha appassionato tutti e messo in risalto l’amore per la squadra da parte di tutte le componenti.

Le parole del presidente e le sue incertezze, certamente ponderate, unite al senso dei pensieri della tifoseria  si possono riassumere così: Qualsiasi sarà l’allenatore noi dovremo tifare senza contestare la scelta della società.

Questa la chiamo maturità e voglia assoluta e primaria delle sorti del proprio club (in seguito farò un articolo di cosa penso sul valore della MAGLIA).

Essere stimati da una società blasonata e da una tifoseria così passionale, essendo oltretutto bresciano,mi ha riempito di orgoglio.

Comunque vada, ringrazio tutti perché spero possa essere di insegnamento per tornare a vivere il calcio con passione e grande partecipazione senza cadere in atti negativi come quelli di Torino.

Gigi Cagni


A Stefano Borgonovo…..

31 dicembre 2009

Oggi non voglio parlare né di tattica né di tecnica ma voglio dedicare questo articolo all’uomo che più mi sta a cuore in questo momento e cioè STEFANO BORGONOVO. L’ho conosciuto 25 anni fa quando,da ragazzino ventenne,venne a giocare a S. Benedetto del Tronto mandato dal Como assieme ad un altro suo coetaneo Stefano Maccoppi. A quei tempi tutti i settori giovanili importanti del calcio italiano mandavano i loro migliori giovani a FARSI LE OSSA nelle squadre della categoria inferiore per abituarli,non soltanto all’insegnamento tattico,ma a forgiarsi, soprattutto, a livello caratteriale. Queste squadre puntavano anche sul fatto che nella Sambenedettese come in altre compagini, c’erano ANZIANI come me che potevano fare da CHIOCCE a questi talentuosi ragazzi. Quando Stefano arrivò, avrebbe dovuto essere la terza o quarta punta, ma dopo un breve periodo della preparazione precampionato, capii di avere a che fare con un talento naturale che doveva essere solo svezzato. Devo dire che tutti i giocatori che arrivavano da quei settori giovanili erano istruiti al meglio come professionalità ed educazione. Qui apro una parentesi per quanto riguarda il settore giovanile del Como di quei tempi,il responsabile,ora all’Atalanta, ( guarda caso ha un settore giovanile fra i più importanti) era Mino Favini, chiamato da me con grande orgoglio MAESTRO. Grande conoscitore di calcio, ma soprattutto, grande EDUCATORE.

Mino Favini e Gigi Cagni con Stefano Borgonovo

Per noi era facile gestire e insegnare a questi ragazzi; erano preparati al sacrificio, alla dedizione al lavoro, all’essere professionali ma soprattutto RISPETTOSI delle regole e delle gerarchie di un gruppo. Essi sapevano perfettamente quanto queste componenti erano importanti per il raggiungimento dell’obbiettivo finale. Quello che è avvenuto quell’anno fa parte dei miei ricordi più belli da calciatore. Iniziammo malissimo,l’allenatore era Liguori alla sua prima esperienza in B. Dopo una sconfitta a Bologna presi una decisione, unica nella mia vita, di parlare con il presidente per convincerlo a cambiarlo. Non lo feci da scorretto, come in certi casi accade oggi, perché lo dissi anche all’allenatore stesso:un tempo si aveva il coraggio delle proprie azioni e se ne subivano le conseguenze qualsiasi esse fossero. Così arrivò Mazzetti che con il suo modo di fare paterno riuscì a raddrizzare la situazione e con l’aiuto di noi anziani naturalmente, ci salvammo. Borgonovo esplose facendo 14 gol e iniziò la sua sfolgorante carriera. C’è un’aneddoto che mi inorgoglisce e che Stefano mi rammenta tutte le volte che vado a trovarlo e lo sintetizza così :”Dimmi quale altro tuo compagno ha fatto 60 metri per abbracciarti dopo avere fatto gol?“nessuno se non lui,solo per dimostrare a tutti la sua riconoscenza per quello che stavamo facendo per quei ragazzi. Mi viene la pelle d’oca. Oggi,come tutti sapete,lui è fermo sdraiato in un letto senza la possibilità di muoversi perché affetto dalla gravissima malattia detta SLA. Ma la malattia ha vinto solo sul suo corpo ma non sulla sua mente.Mio figlio quando vuole ricevere una frustata emotiva per vincere le delusioni della vita,viene con me a trovarlo. Oggi è lui che AIUTA noi. E’ un esempio di forza, di volontà, di attaccamento alla vita, di gioia di potere aiutare, con la sua associazione, altre persone come lui in difficoltà. Ha la mente lucida e una memoria incredibile, è ironico e mi TIRA PER IL CULO sempre. Con gli occhi fa tutto e esprime tutto.Da quando ho saputo che si era ammalato sono andato spesso a trovarlo e quest ’ estate è venuto con la famiglia al mare dove ero io e ci siamo visti parecchie partite insieme. Qualche giorno fa….. a S.Stefano….. sono andato da lui a Giussano e mi ha fatto la sorpresa di farmi trovare,oltre che ai suoi collaboratori della sua scuola calcio,il grande Mino Favini. E’ stato un regalo bellissimo. In questi ultimi anni, da quando siamo tornati a frequentarci, è lui che mi sta dando un grande aiuto con il suo esempio.
Quando esco da casa sua, dopo ore che sembrano attimi, ho una sensazione di leggerezza e serenità che difficilmente provo.
Con i brividi e la pelle d’oca dico: “GRAZIE STEFANO “

Gigi Cagni