14 novembre 2014

articolo gazzetta boston 14-11-14


La Gazzetta dello Sport – 27 agosto 2014

27 agosto 2014

gazzetta dello sport


Che lo spettacolo abbia inizio

11 marzo 2014

stadio inglese

Gazzetta del 9 marzo ”Il calcio italiano non è più competitivo eppure spende troppo e non ha idee”, soluzione : tetto alle rose, torneo a 18 squadre e nuovi ricavi.
Che noi si debba cambiare le strutture e il modo di creare business con riforme di sistema, è indubbio.
Ma se si pensa di risolvere tutto in questo modo non credo andremo molto lontano.
Mi soffermerei sul termine “idee”, aggiungendo, miglioramento della cultura calcistica e di avvicinamento ad una mentalità europea di “spettacolo”.
Forse non si è capito che in tutti i paesi europei il “risultato” non è al primo posto nella mentalità sportiva.
Il primo pensiero, per loro, è fare stare comodi gli spettatori e farli divertire con un calcio offensivo e non necessariamente legato al risultato.
Il secondo è usare i media per informare e non per creare polemiche.
Detto questo, secondo me, è inutile fare nuove regole e cambiamenti strutturali se non si cambia la cultura (calcistica naturalmente) e il modo di informare.
Sono stufo di sentire in qualsiasi trasmissione di qualsiasi tipo, dire che viene mandato in onda quello che la gente vuole e che se non ci fossero polemiche o scandali non la guarderebbe nessuno.
Non siamo così retrogradi e ignoranti, anzi.
Perché non iniziare a fare il contrario.
Non so quanti siano gli italiani che guardano le trasmissioni sportive ma, sicuramente, se ci fossero più approfondimenti tecnici con immagini e meno moviole con estenuanti dibattiti polemici, gli spettatori aumenterebbero.
Farei anche trasmissioni con arbitri che spiegano il regolamento visto che, alle volte, anche gli addetti ai lavori non lo conoscono.
Farei vedere come le due tifoserie all’estero: entrano, si siedono, fruiscono della partita, escono e se ne tornano a casa.
Cercherei di fare diventare il calcio un argomento di crescita culturale e civile per renderlo accessibile a tutti, soprattutto i giovani.
Non vorrei più sentire gente che dice: ”basta non porto più mio figlio allo stadio perché ho paura”.
Quindi ribadisco il concetto che mi premeva dire.
Non è che se fai la serie A a 18 squadre o riformi il sistema riesci a rimediare il gap con il resto dell’Europa.
Quello che serve a noi è che tutti si muovano per far avere al “vero tifoso calcistico italiano” il luogo più adatto per godersi uno spettacolo emozionante ma, al tempo stesso, privo di pericoli e stress inutili.

Gigi Cagni


l’allenatore moderno

25 settembre 2013

Italy trainingLo spunto me lo ha dato la Gazzetta dello Sport del 24/9 in cui, a pag.6 – dove si parla delle Sorelle Scudetto -c’è una riga del sottotitolo che dice: “..E gli allenatori tornano a fare la differenza”.
Io aggiungo: Gli allenatori faranno sempre di più la differenza.
Ma perché questo accada bisogna che gli Allenatori abbiano la possibilità di poter lavorare, per dimostrare le proprie capacità, in un ambiente che gli permetta di metterle in evidenza.
Questo non può accadere se le squadre le fanno i Presidenti con 30 giocatori buttati lì senza un progetto e una logica tecnico-tattica, pensando già che, se dovesse andare male, si cambia allenatore.
C’è stato un cambiamento epocale, senza che nessuno se ne accorgesse, quando si è allungato il mercato rendendolo quasi permanente, la cui diretta conseguenza è stata il dover accettare i ricatti dei giocatori sui prolungamenti dei contratti.
Nessuno ha pensato che se le società non fossero state forti nel difendere il proprio allenatore, questo avrebbe avuto grossi problemi nella gestione dello spogliatoio.
Spogliatoio sempre più difficile da gestire nel momento in cui verranno a mancare i “vecchi leaders”, gli esempi da seguire (e quel tempo non è lontano).
Inevitabilmente il leader diventerà l’allenatore a cui spetterà, non soltanto la gestione tecnico-tattica, ma anche quella di collegamento e di unione delle personalità dello spogliatoio, compresa la comunicazione esterna.
Quindi, e qui mi rivolgo ai miei colleghi giovani, non abbiate fretta di arrivare alle categorie alte.
Non pensiate che, perché avete fatto i calciatori , sia tutto semplice quando si passa dall’altra parte.
Cercate esperienze di difficoltà graduali, bruciarsi è facile in un ambiente con pressioni così alte come quelle del calcio italiano.
Ripeto il concetto: cari Presidenti “la figura dell’allenatore deve essere rivalutata” e non può esserlo se alla fine dei campionati se ne cambiano più di 45, ciò va a discapito dello spettacolo.
Mai, come questo inizio di campionato, si sono viste partite così brutte sotto il profilo tecnico poiché si nota già, da parte degli allenatori, la ricerca del risultato a tutti i costi con il minimo rischio.
Il caso Giampaolo dimostra quanto sia difficile reggere a degli stress che non hanno niente a che fare con il campo, anche se il suo comportamento non è certamente da prendere da esempio perché, comunque, devi avere rispetto per chi ti ha ingaggiato.

Gigi Cagni


Reja – Del Neri : omaggio all’esperienza

2 novembre 2010

Anche se sta piovendo e il mare è in burrasca da tre giorni, dopo avere letto l’ articolo di LUIGI GARLANDO sulla Gazzetta dello Sport in cui si parla di Reja e Del Neri, mi sento orgogliosamente coetaneo di allenatori che stanno dimostrando quanto sia semplice il calcio,e non pieno di strane alchimie.
Finalmente qualcuno che ha capito l’importanza, nel calcio moderno, di allenatori di esperienza. Il punto sta nella parola “MODERNO”.
I presidenti associano la parola a GIOVANI. Cioè pensano che per fare il calcio moderno è necessario avere allenatori giovani, perché quelli che lo sono meno – giovani naturalmente -,non sanno interpretarne l’attualità. Premettendo che, tutti gli allenatori giovani italiani sono molto bravi nella conoscenza dei sistemi di gioco, non lo possono essere altrettanto nella loro interpretazione. La ragione è semplicissima e di facile intuizione. Mi ricordo spesso cosa mi disse – ero ancora giocatore negli anni 80 – Biagio Govoni vecchio direttore sportivo a S.Benedetto, intuendo che avrei fatto l’allenatore: ”Non avere fretta, fai il settore giovanile per iniziare, non volere subito i grandi club, imparerai cose che poi ti serviranno molto e ti permetteranno di sbagliare meno”.
Aveva perfettamente ragione, quello che ho imparato nella primavera del Brescia e poi a Cento in C2, mi hanno permesso di andare a Piacenza e vincere il campionato di C1 e poi tutto il resto. In quei primi anni ho sperimentato tutto quello che poi sarebbe diventato un bagaglio determinante per tutta la mia carriera.
Dalla preparazione fisica (nei primi due anni da professionista l’ho fatta io, poi ho avuto la collaborazione del prof.Ambrosio) alla tattica e alla gestione del gruppo, forse la più difficile oggi da fare. Nella mia carriera di giocatore ho disputato 600 gare ufficiali, da allenatore circa 700, non una uguale all’altra,magari simili ma uguali mai. Lo dimostra il fatto che tante volte ho fatto le STESSE mosse tattiche in gare diverse, ma l’esito è stato completamente diverso.
Il calcio ha così tante varianti nel suo svolgersi che non c’è nessuno che può dire di conoscerlo. Se qualcuno vi dice che capisce di calcio mandatelo da me che gli dimostro subito quanto non sia vero.
Eppure è semplice ed è alla portata di tutti, soprattutto oggi con i mezzi di comunicazione a disposizione. Ma è proprio questo il punto, la grande esposizione mediatica ha fatto si che LO SI FACESSE DIVENTARE UNA SCIENZA e che i NON-SCIENZIATI non fossero in grado di farlo interpretare. Quando, invece, il segreto sta proprio nella sua SEMPLICITA’.
Nella partita ci sono due cose da conoscere fondamentali tattiche e cioè: LA FASE DIFENSIVA E QUELLA OFFENSIVA.
Poi, siccome il calcio moderno, aimè, è più fisico che tecnico, ci vuole una grande condizione psico-fisica. E, infine, siccome tutti siamo esposti ai riflettori dei mezzi di informazione, devi essere preparato a sopportare tutti i pregi e i difetti di questa condizione.
Le pressioni e l’esposizione mediatica sono le più difficili da gestire. Il tutto non si impara in breve tempo e con poche partite. Puoi avere disputato 1000 gare da giocatore ma quando passi dall’altra parte è tutto un mondo diverso, soprattutto perché sei SOLO nelle decisioni e da SOLO ne devi sopportare gli insuccessi quando, invece, i successi sono condivisi.
Detto questo, non ho voluto scrivere questo articolo per tirare l’acqua al mio mulino, ma solo per rendere omaggio a due allenatori di una certa età che stanno dimostrando il loro valore in questo calcio MODERNO E STRESSATO.Gigi Cagni

L'articolo della Gazzetta a cui si riferisce il Mister

L'articolo della Gazzetta a cui si riferisce il Mister


Finale Coppa italia 2010 di calci

6 maggio 2010

Come sempre mi sono messo comodo sul divano a guardare la finale di Coppa Italia.
Come sempre senza tifare per nessuno.
Ho questa fortuna di riuscire a essere neutrale e quindi rimanere obiettivo nel giudizio e valutare chi gioca meglio al di là del risultato. L´Inter ha meritato la vittoria ma, purtroppo,non è stato il gioco delle due squadre a farmi avere delle emozioni e godere di uno spettacolo calcistico. Le sensazioni che ho avuto, penso, raramente di averle provate.
Ero esterrefatto e allibito per quello che era il comportamento da parte di tutti i giocatori. Chiaramente non mi riferisco a gesti tecnico-tattici ma alle loro continue intemperanze e proteste nei confronti dell´arbitro o dell´avversario, alle  simulazioni, a falli senza senso e all´essere,costantemente pronti alla rissa.
Non parliamo dell´invasione finale, sarò curioso di vedere se l´invasore farà un giorno di galera.
Certamente non è stato uno spettacolo degno di una finale di Coppa. Alla fine della gara ho avuto una sensazione di disgusto, non riuscivo a pensare e a valutare quello che avevo visto sotto il profilo prettamente calcistico. Mi sembrava tutto irreale, non era possibile che non riuscissi a valutare la partita per l´aspetto del gioco perché prevalevano tutti quei comportamenti, secondo me antisportivi, che avevo visto in campo. Ho pensato anche all´insegnamento, che una partita così,potesse trasmettere ai giovani. Possibile che non si riesca a vedere gare di pallone anche agonisticamente accese ma senza comportamenti che esasperino e accendano gli animi sia in campo che fuori? Ma cosa è diventato il calcio in Italia, una battaglia?
Un modo di sfogare i propri istinti più repressi? La spettacolarizzazione di gesti inconsulti che non hanno niente a che vedere con la tecnica?
Non è possibile che ad ogni fine gara si debba parlare solo di episodi da moviola per valutare la gravità dei falli o delle reazioni da parte dei giocatori e non di azioni belle che possono migliorare la nostra conoscenza.
Che ci permetta di iniziare discussioni di carattere unicamente tecnico-tattico dell´incontro. Non credo di avere mai somatizzato in modo così disgustato una partita di calcio.
Mi chiedo se sono solo io che ho avuto questa reazione, magari perché è tanto tempo che non alleno e sono un po´ arrabbiato e quindi condizionato emotivamente. Sta di fatto che ho delle sensazioni istintive di qualche cosa che non mi sta piacendo e che se non ci saranno cambiamenti ci porterà a un punto di non ritorno. L´esasperazione degli eventi non può certamente portare al piacere di viverli per quello che sono.
Una partita di calcio deve rimanere UNA PARTITA DI CALCIO, il campanilismo e gli sfottò vanno bene, le risse e le invasioni NO.
Ogni componente deve farsi un esame di coscienza e porre rimedio cambiando i propri comportamenti.
L´unico deve essere di valorizzare lo spettacolo per fare tornare le partite di calcio degli eventi sportivi e non campi di battaglia dove ognuno si crea le regole per i propri scopi.

GIGI CAGNI

 


Articolo su ” La Gazzetta dello sport “

23 dicembre 2009

Per tutti quelli che non hanno comprato la Gazzetta dello Sport odierna o per quelli che risiedendo all’estero non possono averla, Vi riportiamo qui sotto l’articolo che parla di questo Blog.
Ringraziamo un nostro lettore per averci inviato un immagine migliore (clicca sull’immagine per ingrandirla).