Calcio nelle vene

17 luglio 2014

Conte
Solo così si vince.
Regole, professionalità, carica agonistica e “uomini” giocatori di qualità.
Il tutto condiviso da una Società che crede nell’allenatore e nel suo modo di gestire i protagonisti, rispettando sempre le sue decisioni e aiutandolo, soprattutto, nei momenti delicati.
Ho vinto 3 campionati e sono andato in Uefa con l’Empoli sempre e solo perché le società facevano rispettare le mie regole e il mio modo di interpretare la professione anche contro lamentele fatte da giocatori importanti.
L’allenatore deve sentirsi integrato completamente nel gruppo, lo deve sentire fisicamente legato a lui e alle sue idee.
E’ una sensazione unica che ti riempie le vene quando sei a contatto con loro, hai l’adrenalina sempre in circolo e ti senti di poter fare qualsiasi tipo di battaglia.
Se hai queste sensazioni puoi fare questo lavoro ed essere vincente.
Quanti in Italia possono avere questo tipo di emozioni?
Pochi, secondo me, visto quello che sta accadendo negli ultimi anni , e quei pochi vinceranno sicuramente.
Ho sempre più la sensazione che la maggior parte dei presidenti, oltre che essere convinti di essere esperti di calcio, credano anche nella poca importanza di avere un allenatore preparato ed esperto.
Mi sembra che vadano a cercare più “signor sì” che uomini di personalità.
Pensano che l’allenatore debba, solo, allenare i giocatori messigli a disposizione, e questo potrebbe essere anche giusto vista la crisi, ma poi pretendono obbiettivi importanti.
Non capiscono l’importanza di fare sentire al proprio allenatore di essere al centro di un progetto.
I colleghi che, pur di lavorare, accettano situazioni precarie hanno perso in partenza.
Un mese fa sono stato contattato da una società a cui non ho chiesto per prima cosa l’ingaggio, ma che mi avrebbero dovuto prendere solo se avessero creduto in me e nel mio modo di lavorare.
Hanno fatto bene a sceglierne un altro, sperando lo abbiano fatto per il motivo di cui sopra e ,allora, potranno centrare l’obbiettivo.
Conte è stato “un grande” e sarà sempre un vincente.
La sua onestà professionale lo porterà ad avere sempre più successi e invidie.
La Juve ha agito, giustamente, con la propria linea ed ha capito il gesto corretto del suo ex allenatore dimostrando un rapporto di grande rispetto professionale.
Non smetterò mai di dire che “ognuno deve fare il proprio lavoro”, con i tuttologi vai a fondo.
Deve essere ripristinata la “gavetta” in tutti i campi e capire il valore del “tempo” e della progettazione.

Gigi Cagni


SERIETÀ E MERITO

25 giugno 2014

prandelli
Finalmente qualcuno che ha il coraggio di fare azioni responsabili.
Certamente sia Prandelli che Abete non hanno tutte le responsabilità di questo risultato negativo ma, con le dimissioni hanno senz’altro dimostrato coerenza e professionalità.
Ora, speriamo, che l’analisi di tutto il nostro mondo calcistico non si soffermi sulle colpe dell’arbitro o sul morso di Suarez e nemmeno su quelle tecnico-tattiche.
Basta dare i “numeri”, perché alla fine contano più le persone degli schemi. Basta sopportare professionisti che nella settimana di lavoro non conoscono riposi notturni.
Il Campionato del Mondo non si prepara nei 15 giorni prima dell’inizio ma nei mesi antecedenti l’evento.
La maglia si deve rispettare tutti i giorni dell’anno con comportamenti consoni alla professione.
Dobbiamo tornare a fare rispettare le regole e i ruoli.
La debacle Mondiale non è solo responsabilità di chi è andato in Brasile ma di tutto il nostro sistema che non ha più valori, un sistema che non programma niente e che pensa soltanto al risultato immediato.
Dobbiamo cogliere questa occasione per riuscire a fare tornare un calcio meno di immagine e più di sostanza.
E’ andata così, può succedere.
Ora non resta che rimboccarsi le maniche, senza processi inutili e capire che tutti noi abbiamo le possibilità e le qualità per tornare fra i primi al mondo.
Non è difficile, è sufficiente fare il contrario di quello che abbiamo fatto fino ad ora.
Sembra una battuta ma non lo è.
Personalmente l’ho usata tante volte nella mia vita, quantomeno per ripartire, e poi ho utilizzato le cose buone del passato per ricostruire un futuro più solido.
Non vado oltre perché non voglio essere noioso, sempre con la solita retorica del passato, dei valori, del fatto che una volta fosse meglio di oggi.
Non ci penso nemmeno, perché certamente oggi sarà preferibile per molti aspetti però, qualche cosa bisogna riprendere visto i risultati.
Per esempio mi sta accadendo un fatto che mi rende professionalmente felice.
Sto cercando di andare a fare un’esperienza all’estero e al mio Agente chiedono il curriculum, non gli basta la conoscenza di chi mi presenta o la sponsorizzazione da parte di amici.
Quindi se mi assumeranno sarà solo perché saranno convinti delle mie capacità. Questo mi piace.

Gigi Cagni


Ultima fermata

21 maggio 2014

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Scusate il ritardo ma dopo la finale di Coppa Italia ho avuto una crisi di rigetto e non sono più riuscito ad appassionarmi a nessuna situazione calcistica.
I campionati li ho seguiti ma senza quel trasporto che di solito mi era naturale.
Tutto è tornato nella normalità quando sono entrati in campo Barcellona e Atletico Madrid per disputarsi la Liga nella partita finale.
Mentre vedevo l’entrata dei giocatori sul Camp Nou e veniva inquadrato il pubblico dello stadio mi sono chiesto “Ma i nostri Dirigenti del Calcio Nazionale la staranno guardando? Possibile che non apprezzino questo spettacolo? E se così fosse, come possono non muoversi con i mezzi che esistono, se nelle altre Nazioni Europee accade normalmente, perché tutto ciò avvenga anche da noi?.
Non posso credere che non ci siano nè la capacità o, peggio, la volontà di diventare NORMALI.
La cosa peggiore che ho sentito è stato un genitore che ha detto ”non porterò più mio figlio allo stadio”.
Mi fermo qui perché la grande passione e l’amore per il calcio potrebbero farmi dire cose poco piacevoli.
Parlando di calcio giocato.. L’ordine, la compattezza, la condizione psico-fisica hanno vinto contro la grande qualità di un Barcellona senza anima.
Gli apprezzamenti verso Simeone adesso si sprecano senza andare a vedere e valutare il lavoro fatto da lui e dal suo staff negli ultimi due anni.
L’analisi dei media è stata esclusivamente sul risultato attuale e la bravura, scoperta solo oggi perché tutti davano vincenti Real o Barcellona, dell’allenatore nel gestire sia le gare di Coppa che del Campionato.
Nessuno ha cercato di capire o informarsi sul “come” ci sia arrivato a quel risultato.
Facile dirlo per me che ho vinto e conosco allenatori vincenti con cui ho rapporto.
Facile dire che se “programmi, scegli e sostieni staff in cui credi, non accetti imposizioni esterne e hai una società strutturata e organizzata” è probabile che nell’arco di 2-3 anni vinci.
Ma quello che in Italia non si può fare è sapere aspettare e quindi sarà sempre più difficile ottenere risultati importanti.
Cito una situazione che conosco bene ed è quella dell’Entella di Chiavari.
Cittadina di poco più di 20000 abitanti che l’anno prossimo farà la B grazie a un Presidente che ha saputo strutturare una società in modo aziendale e che in 3 anni si è conquistato una categoria che nessuno avrebbe mai pensato potesse conquistare.
Voglio vedere se ci saranno dirigenti che andranno a chiedere come ha fatto e, magari, a prendere spunto per imitare.
E’ l’unica strada percorribile per salvare il nostro calcio dal disfacimento.
Sono abbastanza esperto per avere sensazioni poco piacevoli.
Lo dico a chi comanda il calcio in Italia “occhio che non abbiamo toccato ancora il fondo ma ci siamo vicini, frenate perché altrimenti picchiamo duro”.

Gigi Cagni


Copiare non paga

10 aprile 2014

simeone

E adesso?!!!!!

Atletico Madrid in semifinale di Champions senza possesso palla con aggressività e contropiede, lanci lunghi e ripartenze con schemi precisi e proficui.

Moda Barcellona finita?

Da oggi presidenti alla ricerca di allenatori pratici che guardano più alla sostanza che alla forma?

Giornalisti che si stupiscono delle prestazioni non all’altezza del Barcellona attuale cercando di capirne le motivazioni.

Responsabile del mercato dell’Atletico è Andrea Berta mio carissimo amico e collaboratore quando ero a Parma.

A giugno sono andato a Madrid a trovarlo e ho visto i primi allenamenti in loco prima della partenza per il ritiro e ho parlato con Simeone.

A novembre, dopo le prime partite sia di campionato che di Coppe ho detto ad Andrea, che naturalmente si è toccato…, “secondo me visti gli allenamenti, il tasso tecnico dei singoli, visto il modo di interpretare le gare da parte dell’allenatore, visti Real e Barcellona, vedrai che potrai essere la sorpresa.”

Il tutto derivava da una sensazione istintiva di avere visto un gruppo fra giocatori, staff tecnico e organizzazione societaria, che mi faceva pensare a qualche cosa di compatto e granitico (vi ricordate quando scrissi di un mio vecchio allenatore che diceva” fa più male uno schiaffo o un pugno? Ecco una squadra deve sempre essere come un pugno”).

Sembra sia stata una deduzione affettiva e, ripeto, istintiva per l’amicizia con il direttore, ma non è stato così.

Per una parte dei miei ragionamenti faccio correre libera la mia pulsione dettata dall’esperienza, ma poi razionalizzo e metto insieme le cose.

Da lì parte la mia valutazione fredda e logica ed è il motivo per cui ho fatto quell’affermazione al Direttore.

Tutto questo mi ha dato lo spunto per fare un ragionamento che da anni cerco di portare avanti e, chi mi segue sul blog, sa a cosa intendo.

E’ mai possibile che tutti sono venuti da noi a imparare e poi se ne sono andati a seminare dove è possibile farlo e noi, ora, copiamo e ci lasciamo trasportare dalle mode?

E’ mai possibile che non si capisca che la squadra migliore, e l’allenatore più bravo, sono quelli che giocano nel modo più congeniale alle loro caratteristiche?

Oggi in Italia il calcio è un ibrido che non ha ne capo ne coda e quando c’è confusione il fine non può essere che confuso.

Non snaturiamoci, la nostra cultura, visti i fatti, non cambierà mai.

Va bene aggiornarsi e imparare ma “copiare” non porta a nessun risultato.

Gigi Cagni


Quando anche i migliori sbagliano

18 marzo 2014

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Torniamo al calcio giocato e alla tattica.

Mi è sembrato veramente strano l’errore dei due centrali della Juve sul gol di Gomez  nella gara di Coppa.

Se questo errore viene fatto dalla difesa più forte del campionato, le mie preoccupazioni sull’insegnamento della fase difensiva specifica negli ultimi 30m, aumentano e diventano sempre più allarmanti.

Ribadisco un concetto importante: se fossi in qualsiasi altro paese europeo dove l’importanza del risultato è diversa dalla nostra, non farei questo tipo di ragionamento tecnico-tattico.

Purtroppo si vede di frequente che il centravanti, o un altro degli attaccanti, si infili fra i due centrali o nella linea e si presenti davanti al portiere solo.

Senza tralasciare che, su un cross dal fondo, si vedono avversari soli in area con i difensori che guardano la palla.

Ma la “diagonale o la copertura (chiamatela come volete o dategli altri termini moderni)” la insegnano o va tutto ad esperienza del singolo?

Ho preso l’esempio di questo ultimo episodio solo perché accaduto recentemente ma non voglio certamente criticare il lavoro di Conte che, sono convinto, certe cose le insegni.

Se la palla è scoperta e non si fa il fuorigioco, i 4 difensori non devono essere in linea, altrimenti l’attaccante furbo, dopo aver corso orizzontalmente, taglia in mezzo e, sfruttando un lancio preciso naturalmente,  si trova solo davanti al portiere.

Esiste però una situazione particolare, di difficile lettura – anche se, conoscendo e studiando gli avversari si dovrebbe poter attuare una efficace risposta anche in quel caso – ed è quando a metà campo o ai 40m, un giocatore passa orizzontalmente la palla al compagno e questo, immediatamente, calcia oltre la linea difensiva per l’attaccante che fa l’inserimento fra la linea (Totti è maestro in questa giocata).

Questo errore lo accetterei perché è così veloce l’azione che i 4 difensori dovrebbero essere da tanto tempo insieme e quindi capaci di anticipare, con uno dei centrali che parla e comanda, l’esecuzione della contromisura.

Quindi, riassumendo, quando la palla è scoperta: o si fa il fuorigioco, o si fanno le DIAGONALI di copertura “esasperate” lasciando sempre libero l’avversario più lontano dalla porta.

Insegnate queste cose nei settori giovanili, compreso l’uno contro uno, e vedrete che avrete meno rischi difensivi e, probabilmente, prendendo meno gol conquisterete la palla prima senza indietreggiare e così inizierete meglio la fase offensiva.

Tutto questo serve molto per attaccare perché, come ho detto tante volte, prima faccio bene la fase difensiva, prima conquisto la palla e “prima” posso essere pericoloso, essendo più vicino alla porta avversaria.

Gigi Cagni


come fermare l’avversario per ripartire

9 febbraio 2014

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Il motivo per cui ho trattato l’argomento dell’ 1 contro 1, per la fase difensiva, prima di quello tattico è perché, e lo dimostrano i fatti ogni partita dei vari campionati, senza avere quelle qualità singole la parte di tattica specifica non può essere fatta al meglio.
Se venisse applicata nel modo giusto non vedremmo difensori che indietreggiano sino dentro l’area, o che permettono il tiro da fuori (vedi Strootman con il Napoli in Coppa) o che si girano quando l’avversario sta per tirare.
Non vedremmo, in modo così facile, attaccanti in area soli e indisturbati al tiro, di testa o di piede.
Detto questo e supponendo che i giocatori sappiano e siano in grado di applicare gli insegnamenti dell’1 contro 1, vi illustro come, secondo il mio credo nella fase difensiva, faccio applicare la tattica di squadra.
Chi ha visto l’esposizione degli schemi di gioco all’inizio del mio Blog e del modo di interpretarli, saprà quello che sono i miei principi di squadra nella fase difensiva.
Comunque farò un’esposizione completa e quindi un ripasso.
Partiamo dal principio che fin che l’avversario è nella sua metà campo la squadra si muove in riferimento alla palla.
Quindi, sempre ,con diagonali e coperture di c.c. e difensori con gli attaccanti che devono indirizzare l’avversario verso l’esterno, ecco cosa intendo quando parlo di attaccanti come primi difensori (anche loro dovrebbero stare sempre in piedi, non girarsi sulle finte di calcio e imparare il contrasto, è solo un vantaggio loro perché prima conquisto la palla più vicino sono alla porta avversaria).
Quando la metà campo viene superata , voglio la pressione sul portatore di palla (contro 1 dei c.c.) con i difensori mai in linea se non quando la palla è coperta e siamo sicuri che l’avversario non ha possibilità di visione del gioco, altrimenti se gli attaccanti sono 2 , due difensori marcano e uno si stacca (a zona naturalmente) se sono tre , tre marcano e uno si stacca.
Come ho già detto la mia filosofia è che, se ho la squadra più debole o se vedo che ho problemi nei singoli difensori, gioco con un sistema che mi da sempre un uomo in più nella linea difensiva in riferimento al numero di attaccanti.
Solo se i miei due centrali sono bravi marcatori e uno dei due è veloce, accetto la parità numerica.
Il fuorigioco lo voglio solo in tre casi.
Il primo se faccio il pressing sull’esterno (pressing è quando c’è più di un giocatore ad aggredire l’avversario con le spalle girate alla porta) e quindi la linea difensiva viene in avanti e accorcia velocemente fino alla conquista della palla o di avere fatto un fallo tattico.
Il secondo quando si è in inferiorità numerica e solo negli ultimi 30m. (prima non ha senso perché ci dovrebbe essere il tempo per qualche giocatore di recuperare la posizione e quindi non avere l’inferiorità).
Il terzo in uscita dopo la respinta sulle palle inattive in area.
Altrimenti non voglio, anzi, come ho detto sopra voglio sempre la copertura che vuol dire un “uomo” che si stacca a protezione della linea di chi, in quel momento, sta marcando.
Detto questo l’uomo, invece della palla, viene ad essere l’obiettivo primario quando si è negli ultimi 20m perché non c’è più il tempo di fare coperture o scalare.
Ho fatto il difensore centrale per tanti anni e la sensazione primaria che dovevo avere era di non vedere il buco in mezzo davanti a me e quindi, quello spazio, deve essere sempre coperto.
Altra cosa che dico ai miei giocatori è “ l’impressione cromatica” che vuol dire che devo sempre avere l’immediata sensazione di vedere più spiccato il colore della mia maglia che non dell’avversario.
Se ci provate capirete cosa voglio dire.
In un centesimo di secondo vedi se sei in superiorità o inferiorità e, poi, capisci di quanto ma, intanto, ti allerti e sei costretto a velocizzare il ragionamento di come distribuire la parte tattica di difesa (è un concetto non facile da spiegare ma semplicissimo da applicare).
Finisco dicendo che è determinante avere il portiere e, almeno, un difensore centrale che “comandino” parlando continuamente.
Quando mi danno del difensivista mi viene da ridere perché non capiscono, certamente non vedono le mie squadre sul campo, che tengo la fase difensiva in grande considerazione per il fatto che cerco di rimanere più corto possibile e il più lontano possibile dalla mia porta.
Difficilmente si vedono le mie squadre che indietreggiano in area, a meno che costrette dalla bravura dell’avversario (allora subentra l’allenamento specifico dell’ 1 contro 1 in area).
Mi rivolgo ai miei colleghi: “volete difensori ottimi nella costruzione, ma fate più bella figura se siete organizzati in fase difensiva e prendete pochi gol, piuttosto che bravi a fare partire l’azione da dietro”.
Finisco dicendo che, come in tutte le situazioni di gioco, se non sei concentrato e non hai la carica agonistica giusta compresa la condizione fisica, ogni applicazione singola o di tattica generale non può avere successo.
Certo che il massimo è avere difensori bravi a fare tutti e due le cose ma è meglio iniziare dal difendere bene e poi imparare a costruire che il contrario, anche perché altrimenti il contrario è quasi impossibile da realizzare al meglio.

Gigi Cagni


Le mie regole nell’1 contro 1

17 gennaio 2014

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Facciamo che riassumo quello che ho scritto fino ad ora sui difensori e la fase difensiva visto che, in Italia, si va sempre peggio.

Facciamo che simulo, come altre volte, di prendere una squadra e di insegnare i miei principi.

Senza riparlare della condizione fisica (determinate in tutti i ruoli ma in quello del difensore ancor di più per quello che dirò), la prima cosa che faccio è portare OGNI giocatore (sì, anche gli attaccanti, in modo diverso naturalmente) a capire l’importanza di avere sicurezza e serenità nell’uno contro uno che ti porta, di conseguenza, a non indietreggiare e a temporeggiare quel tanto che basta.

Apro una piccola parentesi, siccome mi danno del difensivista perché parlo di fase difensiva spesso, non capiscono, e non si accorgono, che io mi difendo a 30 metri dalla mia porta e in area ci finisco solo se la bravura dell’avversario mi costringe a farlo.

Non voglio vedere la mia linea difensiva, mai in linea, che indietreggia.

Superata la metà campo l’avversario con la palla deve essere aggredito.

La conseguenza è che recupero la palla a 30-40 m dalla mia porta, così, non solo ci saranno meno pericoli, ma sarò anche più vicino alla porta avversaria.

Non posso vedere due cose nei nostri campionati, di tutte le categorie: la prima, che i difensori indietreggiano fino a portare gli avversari in area prima di intervenire e, la seconda, che su ogni cross su azione o da palla inattiva, ci sono avversari soli in area.

Detto questo è chiaro che le prime doti del buon difensore e del c.c difensivo siano quelle di: rapidità, attenzione, carica agonistica “difensiva” (si distingue perché devi avere la convinzione assoluta che l’avversario non ti dribblerà e che il contrasto sarai tu a vincerlo, il contrasto infatti prima si vince con il cervello e poi con il corpo) e la conoscenza della “tecnica” specifica di come si affronta l’avversario.

Non sto a specificare la posizione del corpo, sempre su un fianco e mai diritta e con il “compasso stretto”, quando ci si prepara alla marcatura perché varia a seconda del ruolo, ma mi soffermo su cosa bisogna fare quando si deve contrastare.

La prima cosa, come ho detto prima, è essere concentrati e cattivi guardando “la palla”, mentre si fa questo ci si deve avvicinare al più presto all’avversario e fermarsi con compasso stretto e corpo leggermente curvo per dare più forza all’azione ma, soprattutto, per non essere sbilanciati se toccati duro.

Fatto questo, quando decidi di “entrare” il peso del corpo deve andare tutto sull’arto che fa il contrasto e , cosa determinante, non calciare ma rimanere fermo con il “piatto” e spostare il peso del corpo sia sul piede ma anche verso l’avversario mantenendolo di fronte.

Questo, naturalmente, è il contrasto frontale per eccellenza e lo so che ci sono quelli scivolati e di lato ma, secondo me, se ci si muove bene non ci si deve trovare in situazioni di emergenza e, se accade, preferisco che il giocatore corra verso la porta in diagonale per poi contrastare di fronte che fare scivolate pericolose (o, naturalmente, avere un compagno a protezione dello spazio).

Voi direte che in area lo spazio è ristretto.

Vero ed è il motivo per cui se insegni al meglio l’uno contro uno, vedrai che difendi più lontano dalla tua porta e i difensori saranno più sereni nell’errore perché non si troveranno mai sbilanciati e potranno sempre recuperare l’errore e, in area usando lo stesso principio, difficilmente verranno dribblati.

Nel 69 ho fatto il torneo di Viareggio con il Milan, in prestito dal Brescia, finita la semifinale vinta, Nereo Rocco, presente all’incontro, nello spogliatoio mi disse: Ciò mòna ti tè sé un bravo difensor ma tè meti troppo el culo per tera” da quel giorno non ho fatto più scivolate.

Un difensore per terra che non ha preso la palla non serve più quindi, altro insegnamento, bisogna ragionare e andare per “percentuali”.

Senza questa qualità, il difensore e il c.c., non potranno rendere al meglio in tutto il resto perché daranno sempre un vantaggio all’avversario.

Questo è il primo e determinante insegnamento da dare, poi viene tutto il resto riguardante la “tattica difensiva” e quindi il posizionamento della squadra, compreso gli attaccanti e la marcatura in area sui cross e le palle inattive.

Gigi Cagni


Prestazione e alimentazione

14 novembre 2013

alimentazione
L’Aiaccio ha esonerato Ravanelli, e fino a qui niente di nuovo, se non che un suo giocatore ha, poi, fatto delle dichiarazioni che mi sono sembrate un po’ pesanti.
Ha dichiarato che lo staff dell’allenatore proponeva integratori, leciti naturalmente, e che lui non ha mai voluto prenderli.
Non voglio entrare nella polemica fra i due professionisti anche perché sono certo che Ravanelli voleva che prendessero integratori permessi dalla Federazione Medico Sportiva.
Voglio solo entrare in questo argomento che mi sta a cuore da sempre.
Mi sono sempre appassionato allo studio dei mezzi più idonei per una prestazione psico-fisica di alto livello nel calcio.
In tanti anni di professione, prima da calciatore(20 anni) poi da allenatore(23 anni), mi sono convinto che il cibo e il recupero, con un adeguato allenamento naturalmente, sono determinanti per le prestazioni fisiche.
Se queste due componenti sono fatte al meglio non c’è bisogno di altro.
Poi 13 anni fa ho conosciuto il Dott. Romano Aronne che aveva introdotto in Italia il sistema alimentare denominato “Zona”.
Nei primi insegnamenti c’è un concetto base che ti accompagna per sempre e cioè che “il cibo è una medicina” che non sono necessari aiuti per ottenere prestazioni adatte alle proprie esigenze.
Questa educazione deve partire, come sempre, dal basso anche se non può essere recepita al meglio se dall’alto i messaggi sono diversi e si pubblicizzano aiuti anche se leciti.
Anni fa mi impressionò un sondaggio che fece il Corriere della Sera.
In una scuola superiore chiesero quanti sarebbero stati disposti a “drogarsi” per avere successo in pratiche sportive.
Il 70% disse che era disposta a farlo, avrebbe dovuto fare riflettere chi ha delle responsabilità ma non se ne sentì più parlare da nessuna istituzione e la cosa finì così.
In tutte le squadre che ho allenato ho cercato, sempre, di fare capire che se un atleta ha un’educazione alimentare adeguata, impara a recuperare lo sforzo fisico (allenamento o gara) e beve 2-3 litri di acqua al giorno, non ha bisogno di altro.
Sono pronto a confrontarmi con chiunque sostenga che se si fa uno sforzo fisico di alto livello, si debbano assumere aiuti energetici.
Gli interessi commerciali possono andare di pari passo con la salute basta puntare sull’educazione alimentare più naturale e corretta iniziando dai giovani sportivi.

Gigi Cagni


Cosa mi tocca vedere…

21 ottobre 2013

Roma-Napoli 1-0 Pjanic
Iniziamo da capo perché ne sto veramente vedendo di tutti i colori e nessuno fa niente per porre rimedio, anzi.
Mi riferisco all’annosa battaglia che sto facendo per fare capire come si insegna a difendere (individualmente), a meno che, ed è un grosso dubbio che mi perseguita, non si sia capaci di farlo.
Quello che faccio in ritiro è questo:
Con tutti i giocatori do un insegnamento generale di come deve essere posizionato il corpo per affrontare l’avversario, compresi gli attaccanti naturalmente con cui, in seguito, farò un lavoro diverso individuale.
Quindi la posizione iniziale è sempre di fianco, non esagerato, e con il compasso stretto (la gamba deve essere in linea con l’anca).
Mantenendo la stessa distanza dei piedi, ci si avvicina all’avversario senza volere per forza portare via la palla che, naturalmente, deve essere sempre “vista” altrimenti non ha senso intervenire.
L’avvicinamento deve essere fatto nel modo più rapido possibile per poi frenarne l’intensità vicino all’avversario, la distanza giusta è data dal contatto di una mano, leggera, al corpo e dalla possibilità, piegandosi leggermente, di vedere sempre la palla.
Fatto questo dipende dalle proprie doti naturali capire se cercare di intervenire o meno in riferimento, naturalmente, alla posizione sul campo e a quella dei compagni (se hai la copertura o no).
Poi insegno il contrasto per me determinante perché, se sei forte nell’uno contro uno, dai sicurezza e coraggio per qualsiasi tipo di richiesta nella fase difensiva (es. pressing alto).
Il peso del corpo deve essere tutto sulla gamba che lo fa e deve essere in verticale e non spostato da una parte o dall’altra.
Perciò è un errore se si fa il contrasto sbilanciati per essere, poi, pronti a ripartire con la palla al piede (soprattutto per i c.c.) ed avere un vantaggio.
Se dall’altra parte il contrasto viene fatto come ho detto io, lo perdi sicuramente, dai l’opportunità all’avversario di ripartire, tu sei tagliato fuori e a centrocampo ciò non è consigliabile, negli ultimi 30m ancor meno naturalmente.
Come principio generale il contrasto in scivolata deve essere fatto solo “se si è sicuri” di prendere la palla altrimenti è meglio aspettare.
In piedi puoi sempre rimediare a tutto, se sei a terra sei “morto”, quindi in posizione eretta accompagni l’avversario dove è più giusto indirizzarlo tatticamente per la tua squadra, sperando che da dietro ti diano indicazioni, altrimenti è sufficiente che non lo indirizzi e non ti faccia dribblare verso la tua porta.
Poi si passa allo specifico per i difensori, soprattutto, per gli ultimi 20m.
Non bisogna girarsi se l’avversario fa una finta, la palla la devi sempre vedere e il corpo deve essere sempre pronto a intervenire, se hai paura della pallonata è meglio che stai a casa.
Basta vederli che, in area sui cross, guardano la palla e non l’avversario.
UOMO, PORTA, PALLA.
Non può essere l’avversario fra te e la porta, vedi Cannavaro con Borriello.
La palla non entra da sola, è l’uomo che la butta dentro.
Io ero scarso di testa, eppure, ho marcato gente molto più alta di me, la prendevano loro ma non la indirizzavano bene perché io li guardavo e quando la palla arrivava facevo il contrasto aereo con il corpo, senza fare fallo naturalmente, bastava essergli addosso e non fargliela prendere bene spingendo con la spalla.
Poi ci insegnavano trucchetti che non sto a spiegare perché non regolamentari, ma anche la furbizia fa parte del gioco (a me Borriello non avrebbe tirato la maglia).
E, in fine, alleno anche la barriera.
Non metto in barriera chi ha paura e si copre la faccia o si gira.
Si salta tutti insieme uniti e, se necessario, la palla si prende in faccia altrimenti in barriera non ci vai.
Si deve rimanere uniti sempre compatti, l’uomo che va incontro deve uscire senza lasciare lo spazio fra lui e la barriera anche se l’avversario sposta la palla lateralmente.
Il portiere deve essere sicuro che da quella parte è coperto e lui deve coprire solo la parte che va dall’ultimo uomo al suo palo.
Per quanto riguarda il portiere a me non interessa che prenda la palla all’incrocio sopra la barriera se poi rischia di prendere gol sul suo palo, se fanno gol sopra perché ha sbagliato la barriera o è stato bravo l’avversario, pazienza.
E, in fine, metto il più bravo in elevazione e il più coraggioso come terzo, la palla di solito passa di lì (vedere la foto della barriera del Napoli sul gol di Pjanić).
Il tutto, poi, inserito nella fase difensiva tattica della squadra.
Ma se non conosci i principi fondamentali difensivi singoli, non potrai mai avere vantaggi in quelli di squadra, qualsiasi sia il tuo modo di interpretare la fase difensiva.

Gigi Cagni


Non perdiamo l’occasione

30 settembre 2013

serie-a-anteprima-600x398-933370Condizione psico-fisica, qualità tecniche e sistema di gioco adatto alle caratteristiche dei giocatori.
Non c’è nessun segreto in quello che sta accadendo ai vertici della classifica di serie A.
Guarda caso tutte le prime 4 hanno “la fase difensiva” migliore.
Certo, la fase difensiva, perché i tecnici hanno fatto capire agli attaccanti che devono essere i primi difensori per aggredire l’avversario più alto e rimanere più corti e compatti.
Poi anche le qualità dei singoli difensori (sicuramente anche allenati nello specifico) hanno avuto la loro parte.
Guarda caso 3 fanno il 3-5-2 o il 4-3-3 e la quarta, il Napoli, cambia spesso modulo da c.c. in sù mantenendo sempre i 4 dietro anche se, sono curioso, voglio vedere cosa farà Benitez contro le grandi.
Ma tutte e 4 hanno attaccanti che rientrano, si sacrificano e coprono tutta la linea d’attacco.
Adesso si parlerà di trasformazione del calcio e si discuterà dell’importanza della fase difensiva.
Basta con le mode in riferimento all’andamento dei campionati.
Parliamo di calcio in modo serio, diamo la dimensione giusta agli avvenimenti.
Guarda caso in tutti i paesi Europei il modulo è quasi sempre lo stesso e gli stadi sono pieni e il pubblico si diverte.
Siamo solo noi che diamo i numeri pensando di far crescere l’interesse e, invece, creiamo solo confusione non soltanto negli spettatori ma anche negli allenatori giovani.
L’anno scorso, allo Spezia, ho cambiato la posizione in campo ad un giocatore (perché l’allenatore avversario, che stava perdendo, aveva messo un giocatore fra le linee), così un suo compagno si è avvicinato alla panchina e mi ha chiesto: “che modulo giochiamo?” Ho risposto: “ secondo te è determinante visto che ho cambiato solo la posizione di uno di voi?”
Secondo me quello che sta accadendo è solo la conseguenza di avere allenatori esperti che sanno cosa vuol dire equilibrio e sacrificio, oltre ad avere la serenità della conoscenza di saper mettere i giocatori nella loro posizione naturale senza invenzioni.
I moduli essenziali sono tre, che possono avere qualche variazione, ma sono sempre tre.
Non fatevi fuorviare dai numeri mediatici e modaioli, creeranno confusione in voi ma, soprattutto, nei vostri giocatori.
Spero che le squadre in vetta non snaturino i loro principi anche in caso di situazioni negative, abbiamo bisogno di razionalità e semplicità e, forse, torneremo a divertirci e a crescere anche senza una marea di top players.

Gigi Cagni