30 anni ad inseguire un pallone


In questo ultimo periodo ci sono molte persone, ventenni ma anche quarantenni,  che mi chiedono:  ”Come erano gli anni sessanta e settanta ?” Poi Marco mi ha chiesto di parlare del periodo della Sambenedettese.  Immediatamente mi sono passati nella mente 30 anni della mia vita.

Non preoccupatevi ,  non ve li racconterò tutti ma solo alcuni pezzi  importanti e significativi.  Non ho fatto mai un compito scolastico a casa nella mia vita, non ero tagliato per lo studio, e poi si è visto..(non fatelo, a quei tempi era possibile perché anche le condizioni erano diverse, e riuscire nella vita era comunque possibile perché c’era tutto da costruire e le opportunità erano molte) perché in prima ragioneria non avevo la sufficienza nemmeno in condotta. L’unica passione era il pallone. Sempre a giocare, nei vicoli del centro storico o all’oratorio.

A 14 anni sono andato a lavorare (da quell’età fino ai 17 ne ho cambiati di lavori per poi finire in fabbrica) ma, nello stesso periodo, ero stato preso nel settore giovanile del Brescia. Alla domenica  sveglia presto e a VEDERE la partita, perché c’era solo il DODICESIMO in panchina e quindi, o eri titolare o andavi in tribuna. Ero il più giovane della Juniores e quindi ho fatto un anno intero, solo ad allenarmi, e soffrire, ma  ad imparare tanto (gli allenatori erano MAESTRI e i nostri genitori non interferivano mai nelle loro decisioni).

Qualche pomeriggio, lavorando, non potevo partecipare agli allenamenti,  ed uno di questi maestri (Gigi  Messora) che credeva in me,  veniva appositamente alla sera nell’oratorio del mio quartiere ad allenarmi.

A 15 anni diventai titolare e feci tutta  la trafila fino alla primavera (nel frattempo i giocatori in lista passarono a 13, poi 14, fino ai 18 di oggi). Guadagnavo bene a fare l’operaio e la mia famiglia ne aveva bisogno, ma un giorno mi si prospettò di fare il professionista, la decisione comportava, però, il dover consegnare le dimissioni al lavoro. L’istinto e la passione vinsero sull’arrabbiatura di mia madre, che voleva il posto sicuro. Iniziai la mia carriera calcistica.

Giocare per  14 anni con la maglia della squadra della mia città è stata una delle emozioni più belle della mia vita. Se poi penso che, nei primi anni settanta ci fu un periodo in cui 7/11 erano bresciani e in campo si parlava dialetto, mi viene la pelle d’oca.

Ma le favole nella vita non esistono.

A 28 anni discopatia S1-L5, problemi alle gambe per infiammazione dello sciatico,il medico disse in società che ero finito (a quei tempi l’età media di durata dell’attività era 31 anni, un po’di più per chi giocava libero, e  le conoscenze terapeutiche erano limitate all’operazione chirurgica).  Il proprietario del cartellino era la società e quindi a novembre del 78 venni VENDUTO alla Sambenedettese, senza poter rifiutare anche perché un dirigente mi disse:  ”Se non vai ti faccio smettere”.

Avevo fatto i primi due anni da professionista firmando il contratto in bianco: era troppa la gioia di portare quella maglia. Avevo fatto gare con la febbre o con infiltrazioni anti dolorifiche perché “AVEVANO BISOGNO DI ME”.  Quello era il ringraziamento.

La rabbia e l’orgoglio mi fecero da sprone per pensare che avrei smentito la loro sfiducia e previsione.

San Benedetto del Tronto: non sapevo nemmeno dove fosse, pensavo di andare al SUD.  Lì ho poi vissuto altri 9 anni fra i più belli della mia vita. Lo stadio era vicino al mare, piccolo e raccolto, niente pista e le linee erano al limite delle misure regolamentari di distanza dai muri degli spalti. Il tifo calorosissimo e assordante.

Nelle partite importanti e, soprattutto, nel derby con l’Ascoli, pieno all’inverosimile.  Era un grosso vantaggio giocare in casa. Sono sempre stato un giocatore di grinta e agonismo, lì ho portato all’ennesima potenza la mia carica e, dopo i primi anni, sono diventato il capitano e l’emblema di quella squadra fino all’87 quando tornai a casa. I primi due anni non sono stati facilissimi perché nel primo ci siamo salvati alla fine e nel secondo siamo retrocessi. Avrebbe potuto essere la fine di tutto e invece fu l’inizio, per me, di una nuova vita.

A 30 anni in C1 a San Benedetto non aveva senso. Come ho detto all’inizio, giocando terzino sx, non avrei avuto ancora molti anni di carriera davanti a me e quindi la C1 mi conveniva farla vicino a casa e prepararmi il futuro. Come dico sempre” la fortuna passa per tutti”, la bravura sta nell’essere pronti a coglierla. Dico questo perché quando andai in sede per ritirare gli assegni (come sempre posdatati ottobre-novembre-dicembre) degli ultimi tre mesi di stipendio, ebbi la FORTUNA di avere un colloquio con Nedo Sonetti, futuro allenatore della della Samb. Mi chiamò nel suo ufficio e mi propose di rimanere perché riteneva fossi l’uomo giusto, per esperienza e carisma, come guida di una squadra che doveva vincere il campionato e tornare in B immediatamente.  Usò tutti i mezzi di persuasione ma senza risultato finchè, mentre stavo per  uscire dall’ufficio, disse la frase più geniale e convincente si potesse dire in quel momento: “E se giocassi LIBERO?”. Rimasi fulminato, mi si accese la lampadina e mi passarono davanti tutti gli anni futuri in quel ruolo. Mi fermai, mi girai e dissi “PARLIAMONE”. Iniziò per me una nuova carriera calcistica piena di soddisfazioni che mi forgiò, soprattutto, come uomo. Iniziò, anche, la mia nuova  mansione calcistica e cioè quella di ALLENATORE in campo.  Sette  anni splendidi, pieni di soddisfazioni (vincemmo subito il campionato di C1 ,tornammo in B e ci rimanemmo finché non venni via nell’87)ed esperienze da leader che mi sono servite per intraprendere, con più sicurezza ,quello che sarebbe poi diventato il mio lavoro di allenatore. Oggi capisco anche il perché ogni Mister che veniva alla Sambenedettese , pretendeva la mia riconferma, anche quando avevo 36 anni. Troppo importante avere il leader e l’allenatore in campo. Oltre a quello ho fatto LA CHIOCCIA  a decine di giovani giocatori. Il loro complimento più grande è stato, rivisti in seguito a carriere brillanti,che li avevo aiutati a crescere più come UOMINI che calciatori. L’ambiente era ideale perché molto familiare e ristretto, ma con pressioni costanti e grande passione da parte dei tifosi. L’importante era dimostrare il proprio attaccamento alla squadra e alla maglia, si doveva uscire dal campo avendo dato tutto. Se avevi fatto questo nessuno ti rimproverava niente. Niente personalismi, la maglia e i tifosi andavano rispettati con il tuo comportamento in campo e cioè carica agonistica e grinta per i colori ROSSO-BLU. Questi principi varrebbero ancora oggi ma il SISTEMA è così cambiato che è molto difficile trovare sia i leaders che le BANDIERE. Una cosa è certa, io mi reputo fortunato per avere vissuto in un periodo così pieno di avvenimenti ed esperienze che mi hanno fatto crescere giorno dopo giorno senza rimpianti e, soprattutto, senza mai essermi mai ANNOIATO.

Gigi Cagni

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19 Responses to 30 anni ad inseguire un pallone

  1. Roberto Capriotti ha detto:

    Ciao Capitano oggi è una giornata triste per San Benedetto, i sambenedettesi ed il calcio , questa notte è venuto a mancare un tuo grande compagno di squadra: Tiziano Manfrin

  2. Nerone ha detto:

    Leggendo l’articolo sono tornato indietro nel tempo, negli anni in cui andavo per le prime volte allo stadio: la prima partita che ho visto è stata l’ultima in casa della B (mi pare che perdemmo contro il Vicenza, e in porta se non sbaglio c’era Tacconi). Poi la cavalcata della C1, e gli anni di incredibili salvezze!
    Che tempi… 🙂

  3. RC65 ha detto:

    L’ho ascoltata in radio ospite di Garanzini nella trasmissione di Radio24, ho scoperto il suo bel blog ed ascoltato volentieri le sue sagge parole. Non sono del tutto d’accordo sul rapporto giovanili nerazzurre e Balotelli, non credo che potessero far di più per un ragazzo che ha evidenti problemi ed è certamente consigliato male da chi gli sta attorno.

    • gigi ha detto:

      Mi spiace ma penso sempre che questa generazione così viziata e senza valori sia il frutto dei nostri errori.

      • giorgio pivotti ha detto:

        Anch’io non attribuirei tutta la colpa ai genitori della nostra generazione in senso temporale ampio ma in buona parte e in maniera determinante, visto il peso maggiore, anche al cambiamento della società, al progresso, alla modernità, alle tecnologie che hanno cambiato, inciso nel rapporto tra genitori e figli, tra gli stessi figli, per cui il nostro modo di vivere e di concepire la vita si veniva a discostare ma è nell’ordine naturale delle cose, da quello delle generazioni future. Non so se l’equazione “più si ha, si dispone meno sono i valori” sia uguale a “meno si ha, si dispone più sono i valori” perché molto dipende dalla coscienza, educazione di ciascuno di noi nell’affrontare la vita con i suoi problemi, le sue tentazioni sapendo porre un freno sempre al posto giusto nel momento giusto tanto per usare un’espressione calcistica.
        Sarà un aspetto materiale ma per rappresentare quanto hanno fatto i genitori porto sempre l’esempio dell’abitazione che con grandi sacrifici si sono costruiti e che un domani quando non ci saranno verranno lasciate ai figli che tale problema e ritengo per tanti statisticamente parlando, non ci sarà, non lo avranno e questo, vista la situazione economica che attraversiam,o è un aspetto di non poco conto, un’agevolazione che dovrebbe ridurre i problemi di vita non tanto alla casa ma soprattutto alla ricerca del posto di lavoro. Penso che anche sotto questo aspetto, dell’attenzione dei genitori verso i propri figli oltre a tutto il resto, si possa convenire.

      • RC65 ha detto:

        Certo che i valori trasmessi son frutto di chi li trasmette, ma se Balotelli avesse intrapreso l’esperienza della Premier come un arricchimento sportivo (ed economico) penso che le cose gli sarebbero girate meglio. Del resto è giovane, ma anche grande abbastanza dal capire ciò che è stupido fare. Oddio se poi ha sempre qualcuno che da una parte gli soffia nelle orecchie per tenerlo sempre in prima pagina per il gossip e dall’altra parte si arricchisce a spese di Balotelli; le sue “mattane” si spiegano meglio. In tutto questo le giovanili nerazzurre c’entrano poco.

  4. marco ha detto:

    grazie mio capitano,
    per aver accettato di aprire un post sulla sambenedettese.sono ritornato indietro di circa 30 anni.lei x me e’ stato la bandiera rossoblu’ per la serieta’ che ha sempre dimostrato sia in campo che fuori.e poi come non ricordare i suoi 2 unici ma storici gol con la smbenedettese in serie b:
    stagione 79/80 serie b samb-parma 1-0 (73′ cagni)
    stagione 81/82 serie b sampdoria – samb 0-1 (11’cagni)
    nel suo periodo alla sambenedettese sono passati calciatori come stefano tacconi,walter zenga,stefano borgonovo…….e tanti altri.
    lei a san benedetto del tronto ha lasciato un ricordo indelebile.e’ inutile dirle che qui le vogliamo bene x quello che ha fatto,ma di piu’ x quello che ha rappresentato con la sua’ serieta’ ed umilta’.
    io avendola conosciuta di persona sia lei che la sua famiglia lo posso ben dire.
    mi ricordo …..io giovanissimo cameriere dell’ hotel madison ….ero amico di gigi cagni.ricordo anche il giorno in cui ci onoro’ di giocare una partita di pallone insieme al personale ed alla clientela dell’hotel……lei non sa’ che emozione mi ha regalato…..ho potuto dire….. ho giocato a calcio con gigi cagni.
    se non sbaglio c’era anche bruno ranieri che insieme in hotel formavate una coppia simpaticissima.
    mi auguro un giorno di poterla rivedere a san benedetto magari in veste di allenatore…..per poterci ridare quel sorriso che abbiamo perso da molti anni.
    ciao mio capitano

    • gigi ha detto:

      Anche per me questo articolo è servito per godere di ricordi splendidi della mia vita.Tu mi hai,anche,fatto rivivere quella partita e con lei il bel rapporto con tutti i componenti la”famiglia Illuminati”.Ciao e a presto.

  5. Nuario ha detto:

    Caro Mister,
    grazie per la forza, la passione e la profondità dei suoi racconti romanzati che ci raccontano di spaccati di un calcio, di una società che non ci sono più.. Il coraggio, il rischio, l’avventura, le pulsioni di un tempo che è andato via e che, noi giovani, inseguiamo nei racconti e, forse, nei sogni…

    • gigi ha detto:

      Ma anche la storia e le proprie esperienze devono servire per fare crescere i giovani.Anzi penso che sarebbe utile oltre che raccontare anche fare vedere quel periodo.

  6. giorgio pivotti ha detto:

    Caro gigi, ho letto l’articolo di ricordi e di sentimenti indelebili del tuo passato calcistico e visto che prima di fungere da libero hai giocato fin dall’inizio come terzino sinistro, ruolo che penso sia confacente alla tua carica e grinta agonistica, non posso perdere questa valida opportunità per farti una domanda che m’interessa ed è collegata all’oggetto dei commenti da me inviati sulla fase difensiva.
    Nella seconda metà degli anni cinquanta militavo in una squadra dilettante in terza categoria con il ruolo di ala sinistra, ero il più giovane, e ricordo perfettamente che dovevo rimanere sempre largo il maggiormente possibile sulle fasce per trovare spazio, per ricevere palla, per non essere preda del difensore che altrimenti mi avrebbe rincorso, morso le calcagna e spesso fermato con le buone o cattive maniere.
    Ti chiedo, fin quando hai giocato da terzino sinistro com’era la marcatura, è sempre stata a uomo e in quale forma di tempo spazio, oppure come col passare degli anni è andata modificandosi perché ha cominciato a risentire degli influssi della Zona per cui la posizione, l’attacco alla palla, la linea ed il ricorso al fuorigioco hanno finito per farti cambiare modo di marcare in senso meno aggressivo, più legato a schemi tattici che se li hai potuto sperimentare non avranno certo assecondato e facilitato la tua originaria formazione da difensore puro e quindi il tuo temperamento, ripeto, prima che diventassi “libero”? Grazie e cordiali saluti.

    • giorgio pivotti ha detto:

      Caro Gigi, scusami se ritorno sull’argomento ma la tua testimonianza per me che ne sono interessato come altri penso, vale più di un libro di scuola calcistica e quindi ti chiedo qual’è stata la tua esperienza, il tuo percorso di quando marcavi a uomo, in quale modo, e se hai potuto sperimentare anche la zona da terzino e da libero. Grazie.

  7. Cristian ha detto:

    Bel racconto Mister….anche in questa occasione è come aver fatto un salto ad assaporare alcuni vecchi valori per qualche minuto….oggi giorno è difficile ritrovare ambienti così……e soprattutto pare che per i giovani di oggi la noia sia proprio un nemico insidioso…

    • gigi ha detto:

      La mia riflessione è venuta proprio perchè non riesco a capire come ci si possa annoiare con tutti i mezzi e le conoscenze di oggi.Penso anche che,quelli della mia generazione,abbiano delle grosse responsabilità.

      • Cristian ha detto:

        Mister sa che non è la prima persona della sua generazione che sento dire che ha delle responsabilità? Alcuni sostengono di non aver fatto attenzione a che lasciavano ciò che avevano avuto la fortuna di creare….

        La noia dei giovani di oggi forse è causata proprio dal fatto che c’è troppo…..

        • gigi ha detto:

          Noi abbiamo grosse responsabilità perchè è stata proprio la nostra generazione che ha viziato questa.Siamo noi che dobbiamo fare qualche cosa per dare un’aiuto in questo momento di difficoltà e sbandamento.

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