Il Gusto del Pallone

17 febbraio 2010

Quanto mi è piaciuto giocare a pallone!!! E’ stata la mia esistenza e lo è tuttora ma in un ruolo diverso. Le vibrazioni che da l’adrenalina, la pelle d’oca e le ansie pre-gara , sono sensazioni impagabili.
Nell’ultima partita delle mie 600 da professionista ho avuto tutte le stesse emozioni provate nella prima quando ho esordito a Cagliari a 19 anni in A. Anche adesso da allenatore, e con qualche anno in più di esperienza, le cose non sono cambiate molto, fortunatamente.
Sono cambiate le responsabilità seppur, negli ultimi anni da giocatore, facevo già l’allenatore in campo. Mi sentivo responsabile anche di certe sconfitte perché dipendevano molto da come gestivo il mio ruolo nel comandare la squadra, soprattutto nella fase difensiva, ma anche nella preparazione della gara durante la settimana , negli allenamenti , per l’esempio che dovevo dare ogni giorno. Quindi, quando ho iniziato a fare l’allenatore avevo già provato certe situazioni psicologiche di quando hai la diretta responsabilità di una squadra e della programmazione sia della partita che della stagione con un obiettivo importante da raggiungere.
Certo che le situazioni sono differenti, fare il leader da giocatore è diverso che da allenatore, ma le due cose sono in parte simili ed è il motivo per cui non ho avuto grande difficoltà a sopportare le prime grosse responsabilità quando ho iniziato con la mia prima squadra professionistica a Cento in C2 nell’ 89.
Sapevo di dover dimostrare ogni giorno che la fiducia datami dalla società era ben riposta ma, soprattutto, dovevo guadagnarmi la stima dei giocatori. Ero convinto che il mio modo di lavorare e i mezzi che usavo, anche se un po’ PESANTI, avrebbero dato dei frutti.
Oltretutto non avevo collaboratori miei, ero solo, facevo anche la preparazione atletica, mentre i portieri, invece, li allenava un collaboratore della società . Mi ricorderò sempre le sensazioni della prima settimana di preparazione della mia prima gara di campionato.
Il metodo non era quello attuale. Già i primi giorni, dopo avere visionato in cassetta e letto la relazione dell’osservatore del futuro avversario, iniziavo ad immaginarmi la formazione più adatta per l’incontro e, quindi, nelle esercitazioni tecnico tattiche, predisponevo i giocatori simulando quelle che potevano essere le situazioni di gara della domenica.
Emotivamente ero già in fibrillazione sprecando un sacco di energie vivendo giorno per giorno quello che sarebbe potuto avvenire la domenica.
Anche la formazione la decidevo già perché, facendo così, pensavo di avere un vantaggio tattico. Ero convinto che chi era escluso capisse e si adeguasse alla decisione avendo comunque un comportamento professionale.
Così, la domenica mattina andavo nelle camere, dopo la prima colazione, passando inizialmente da chi non giocava pretendendo che comprendessero e, soprattutto, accettassero tranquillamente le mie spiegazioni riguardo l’esclusione.

Naturalmente le loro espressioni non erano delle migliori e se il loro comportamento settimanale era stato esemplare, andavo in crisi perché mi dispiaceva. Altre energie sprecate inutilmente. Se, poi, accadeva che un giocatore titolare non potesse entrare in campo perché la domenica mattina si era sentito male o aveva un problema muscolare, mi saltavano tutti i piani e dovevo rifare tutto, di nuovo, spreco di energie utili.
La formazione e le disposizioni tattiche dell’incontro, comprese le palle inattive a favore e sfavore, più quello che erano le mie sensazioni emotive e ciò che volevo da loro sottoforma di concentrazione e carica agonistica, le trasmettevo con grande enfasi in albergo prima di salire sul bus per andare al campo.
Nello spogliatoio, mentre si cambiavano, andavo uno per uno, e ripassavo i loro compiti sia tattici che tecnici conforme al ruolo (es: al difensore ricordavo la posizione del corpo e cosa dovesse fare contro un attaccante veloce e dribblomane).
Quando ritornavano, dopo il riscaldamento, stavo in silenzio finché non veniva l’arbitro per l’appello, cercando di capire quali fossero le loro sensazioni da quello che si dicevano e dai loro comportamenti .
Se intuivo, o non “SENTIVO” LA MUSCOLATURA, se avvertivo un’atmosfera, secondo me, non adatta allo spirito agonistico che io pretendevo, iniziavo a spronarli e catechizzarli con un tono molto elevato, con espressioni colorite e di grande impatto empatico, il tutto lasciandomi trasportare dall’istinto e dalla passione.
L’inizio della partita era la liberazione perché entravo in trans agonistica e tutto si dipanava, diventavo lucido e deciso vivendo attimo per attimo ogni azione e ogni movimento dei miei giocatori come se la giocassi io.
Oggi, dopo tanti anni di esperienza, sono cambiati i metodi di preparazione settimanale della partita. Non decido la formazione il martedì, li tengo tutti sulla corda, non do spiegazioni la domenica, chi le vorrà, con grande piacere, il martedì successivo nel mio spogliatoio o davanti a tutti conforme alle esigenze del giocatore stesso.
Chi andrà in campo lo scrivo su un foglio, con tutti i compiti tattici dei singoli e di squadra comprese le palle inattive, dopo che il dottore mi ha comunicato che tutti stanno bene e dopo la passeggiata con Lorieri (allenatore dei portieri e mio SECONDO), con cui ho condiviso le mie decisioni e avuto un confronto di opinioni. Arrivo all’incontro in albergo, prima di partire per il campo, più lucido e sereno.
TUTTO IL RESTO E’UGUALE A 20 ANNI FA,CHE EMOZIONI,CHE ADRENALINA.
Troppo bello!!!

Gigi Cagni
 
 

 


Cavalli di razza

12 febbraio 2010
IL MIO AMICO STEFANO BORGONOVO
di Fabio Cagni www.fantafobal.it

Pochi istanti mi sono bastati il giorno in cui ho messo piede nella stanza di Stefano, per mettere da parte ogni timore di poter avvertire qualunque sentimento di compassione. Pochi istanti per capire che ci sono diversi modi per prendere una grave malattia e che, quello adottato da Stefano, era senz’ altro il migliore: prenderla per il culo.
Mi avvicino al lettino accompagnato da mio padre – suo capitano alla Sambenedettese – con un minimo di imbarazzo, dovuto al fatto che ho di fronte un grande giocatore. Dopo averci sorriso e abbracciato con gli occhi, Stefano scava dentro al pozzo senza fondo della sua memoria e pesca aneddoti esilaranti. Racconta di quando Berlusconi gli volle parlare per portarlo al Milan e appena  lui lo vide arrivare con un pittoresco cappello da cowboy gli disse: “Presidente è venuto a cavallo?” O quando ci dice di quel suo compagno delle giovanili a cui venne chiesto di portare due foto in sede, e questo si presentò con un’ immagine di un suo tuffo dal pontile. Stefano é energia pura, mi coinvolge nelle sue storie raccontate con pungente ironia, tanto da farmi dubitare sul perché anziché fare il calciatore non abbia fatto il comico. In effetti, la risposta è che ha vissuto le due carriere in parallelo, stando ai racconti di spogliatoio che sforna in continuazione. Narra di scherzi a personaggi verso i quali chiunque sarebbe stato ben attento a non pestare i piedi. Nei suoi aneddoti calcistici passa con disinvoltura da Marco Van Basten A Gigi Cagni, giocatori molto simili tecnicamente con cui ha avuto la fortuna di giocare.
Ma Borgonovo è anche saldamente attaccato al presente, è un opinionista attivo ed atipico, in quanto a differenza di molti suoi colleghi sa di cosa parla, ed è attivo anche nella lotta a quella malattia che gli impedisce di andare a Zelig. Mi Pare infatti evidente che se uno riesce a fare ridere paralizzato su un lettino, comunicando attraverso l’ausilio di un lettore ottico, significa che lo spirito da cui  governato è sproporzionato rispetto al corpo che lo ospita.
Per questo, quando me ne vado da casa sua mi sento bene, sento che un amico con la sua aurea di positività mi ha dato qualcosa in grado di caricarmi. Osservando Stefano e mio padre, così vicini, più vicini forse di quanto non fossero da compagni di squadra, ho pensato al fatto che esistano cavalli di razza, sono cavalli rari. Sono quelli che qualunque cosa succeda, non vanno giù ma continuano a correre.
Corrono veloce, corrono, corrono..Dove cazzo vadano non l’ ho ancora capito, ma nel dubbio ho deciso di seguirli.

Fabiuz


Campione o Fuoriclasse?

5 febbraio 2010

Notizie di attualità: la prima riguarda il SOLITO Balotelli multato dalla società, che si è schierata con l’allenatore, per avere avuto delle azioni di intemperanza nei confronti di quest’ ultimo nella partita di Coppa (ci mancherebbe che si schierassero con il giocatore)e la seconda, è che il tribunale di Milano ha MULTATO I GENITORI di due ragazzi minorenni, che avevano violentato una loro coetanea, con 450000 € di risarcimento per “NON AVER EDUCATO I FIGLI AI SENTIMENTI”. Cosa accomuna questi due fatti così diversi? Molto. Dicevano una volta che è inutile chiudere la stalla quando i buoi sono scappati (i proverbi sono la saggezza dei popoli, insegnateli senza paura di essere derisi) e quindi se si continua a essere pazienti e tolleranti pensando che prima o poi il soggetto capisca, specialmente se giovane e immaturo, si fa un grosso errore.


L’educazione e il rispetto, sia per le persone che per le cose, deve essere alla base per ogni INSEGNANTE sia esso genitore o educatore. Qual è l’esempio che tutti i giorni viene dato a questa generazione? Perchè a Balotelli non e stato detto che, essendo un personaggio pubblico e un’ottimo giocatore, viene guardato con ammirazione e spirito di emulazione dai suoi giovani fans? Perchè diventa difficile avere nelle squadre dei giocatori che abbiano ancora quel sentimento che fa rendere il doppio, specialmente nelle grosse difficoltà, che si chiamava ATTACCAMENTO ALLA MAGLIA? Lungi da me voler essere retorico e tradizionalista, anzi, sono al massimo del realismo proprio perchè con le esperienze acquisite posso valutare meglio le situazioni.
Esistono delle regole non scritte che se non rispettate portano all’involuzione e non all’evoluzione e queste riguardano tutte le sfere della nostra vita quotidiana.
Nessuno vuole frenare l’entusiasmo e la spregiudicatezza di quando si è giovani, la fantasia e i sogni sono alla base della crescita di un uomo, ma al tempo stesso si deve avere la coscienza che non si vive in un mondo proprio dove tutto ti è permesso.
L’accostamento dei due fatti potrà sembrare forte, non voglio certamente paragonare ed equiparare le intemperanze di Balotelli all’atto criminoso, ma quando ho letto la motivazione della sentenza, il collegamento l’ho trovato e sta nelle parole: EDUCARE E SENTIMENTI.
Secondo me la tecnica e la tattica vengono dopo, diventa difficile ottenere quello che vuoi se chiunque in campo ti può mandare a quel paese se non gli piacciono le tue decisioni.
Quello che è accaduto a San Siro e che accade in tutti i campi d’Italia è il frutto di questo lassismo nei confronti dei giovani talenti a cui non si fa capire l’importanza del ruolo che hanno nell’ambito dell’opinione pubblica concedendogli qualsiasi azione senza intervenire alla radice.
La differenza fra Campione e Fuoriclasse è enorme perché nel CAMPIONE prevale la qualità dell’uomo su quella tecnica.

Gigi Cagni