La gestione del gruppo


Fra le componenti più importanti, per fare rendere al meglio il lavoro dell’allenatore, la primaria è senz’altro quella di riuscire ad instaurare un feeling solido con i giocatori. L’esperienza vissuta da giocatore con allenatori di ogni tipo, la tua personalità e il tuo carattere, il gruppo che hai a disposizione (e cioè la sua composizione in riferimento all’età media più l’obiettivo da raggiungere)e l’ambiente in cui operi, sono gli elementi che ti devono fare optare e scegliere il comportamento più adatto. Fermo restando che devi avere dei principi basilari in cui credi, il resto deve essere impostato con l’elasticità necessaria per riuscire a plasmare al meglio le situazioni che si creano durante l’attività che non sono, chiaramente, prevedibili. La cosa più bella e che secondo me succede solo nel calcio, proprio perché le componenti di imprevedibilità sono molteplici, è che si può vincere o perdere con squadre diverse avendo lo stesso comportamento. Quindi è determinante riuscire nel più breve tempo possibile, preferibilmente in preparazione, a capire quale sarà il rapporto più giusto che si dovrà avere con i giocatori, mettendo in preventivo le variabili date dai periodi diversi nell’arco del campionato legate assolutamente ai risultati. Sapendo che, quando entri nello spogliatoio per la prima volta, ogni giocatore ti fa la radiografia e che quindi hai 25-28 giudici che ti analizzano, per prima cosa devi essere CREDIBILE e instaurare un rapporto di fiducia con loro. Come si fa?Semplice: ESSERE SE STESSI. Come ho detto prima si può vincere in tutti i modi, non c’è una regola, però la sensibilità e l’intuizione dell’allenatore sono determinanti perché si può essere allo stesso tempo, in periodi diversi naturalmente, dittatoriali o permissivi e ottenere comunque quello che si vuole. Sonetti mi diceva sempre che la cosa più giusta era LA DEMOCRAZIA DITTATORIALE. Oggi vedo le cose in modo diverso perché è l’esperienza che me lo fa fare.  Devi tenere conto anche che le generazioni cambiano, la società civile cambia, il linguaggio cambia e il mondo del calcio non può rimanerne fuori, quindi un minimo ti devi adeguare con la consapevolezza che riuscirai comunque a ottenere quello che vuoi. Ciò non vuol dire snaturarti ma realizzare il tuo progetto miscelando i vari comportamenti. Entrando nello specifico, ho iniziato facendo il dittatore con regole ferree e ho vinto, poi piano piano il periodo dittatoriale, che c’è sempre, è diminuito nell’arco dell’annata calcistica mischiandosi, a seconda delle esigenze, a quello più democratico e i risultati sono venuti comunque. Penso che quello che DICI è importante ma quello che TRASMETTI, in qualsiasi modo lo fai, lo sia di più.

Gigi Cagni

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12 Responses to La gestione del gruppo

  1. Kevin ha detto:

    Caro Mister,Sono 2 anni che non gioco come sono capace e non rieso a trovare tranquillità..secondo lei un blocco psicologico che crea insicurezza e paura nel giocare(specialmente per me che sono un esterno alto,la paura nel fare giocate o nel saltare l’uomo non deve esserci)come può essere superato?Lo chiedo a lei perchè leggendo il suo blog mi sembra una persona molto seria e competente nel suo lavoro e spero mi possa aiutare.Grazie

    • gigi ha detto:

      Non voglio passare davanti al tuo allenatore perchè sarebbe scorretto.Posso solo dire che può accadere e la prima cosa è allenarsi al meglio,divertirsi e non avere paura di sbagliare.Se non hai la squadra devi darmi informazioni più precise e private sulla mail del blog.

  2. Stefano ha detto:

    Io sono dell’ idea che non serva essere dei sergenti di ferro per farsi seguire dal gruppo, il comportamento dell’ allenatore deve essere il piu’ flessibile possibile mantenendo ovviamente certe regole (il rispetto su tutto)il primo a sacrificarsi deve essere proprio chi gestisce

    • gigi ha detto:

      D’accordissimo ma ti posso assicurare che agli inizi della mia carriera pagava di più la dittatura,con la generazione attuale la flessibilità rende meglio.Ciao

  3. Marco Bedini ha detto:

    Mister nella gestione del gruppo secondo lei qual’è il modo migliore per mantenere nel tempo quel sano distacco indispensabile per il rispetto dei ruoli? Voglio dire è indubbio che un rapporto con la squadra ed i singoli ci deve essere ma è anche normale che con il passare dei giorni e con il crescere della reciproca conoscenza il distacco iniziale vada via via assottigliandosi ed anche lo stile (dittatoriale o democratico) e le parole del mister rischiano di diventare abituali e perdere di efficacia….
    Come risolvere tale situazione?

    • gigi ha detto:

      La cosa essenziale è che non devi mai essere monotono.Devi sempre mantenere viva la loro attenzione.Devi fare crescere, giorno per giorno con i tuoi comportamenti,la stima nei tuoi confronti.Raggiunto questo,che non è una cosa che si può insegnare perchè dipende dalle capacità e dalla personalità di ognuno di noi,arriva la cosa più difficile e cioè il mantenimento del rapporto nel tempo.E quì torno alla frase di Sonetti che,secondo me,da la soluzione e che io ho seguito sempre, variando conforme ai periodi, e cioè LA DITTATURA DEMOCRATICA,ti posso assicurare che da dei frutti.Ti racconto un’episodio di Piacenza.Dopo il terzo anno, fatto di successi,mi ero accorto che entrando nello spogliatoio non riscontravo nei loro occhi l’attenzione che avevano di solito.Indagando,con la collaborazione del mio staff,ho scoperto che SAPEVANO GIA’ QUANDO ENTRAVO E IN ALLENAMENTO quello che avrei detto o fatto.Ho dovuto cambiare io e trovare modi diversi di espressione e di comportamenti sempre con lo scopo di mantenere alta la loro attenzione.Spero di essere stato esaudiente.

      • Marco Bedini ha detto:

        Grazie innanzi tutto per la celere risposta, si è stato abbastanza chiaro ed esaustivo ma per vedere se ho capito bene provo a riformulare il suo pensiero: lo stesso stile di gestione del gruppo e delle sedute di allenamento (non le partite dove la tensione fa di per se tenere alta l’attenzione) porta alla monotonia e quindi ad un abbassamento di ascolto ed una sorta di “abitudine”. Bisogna variare il modo di rapportarsi (usando a volte uno stile democratico, poi quello dittatoriale, tutti e due nella stessa seduta ecc.), variare le parole, giocare con il tono di voce ecc. Giusto?
        Infine un chiarimento: potrebbe spiegarmi cosa intende con DITTATURA DEMOCRATICA, io ho una mia idea ma non so se è la stessa che intende lei.
        Grazie

    • gigi ha detto:

      La definizione parla da sola e non credo possa avere interpretazioni diverse se non che devi usare il modo giusto,e qui subentra la bravura dell’allenatore,volta per volta per quello che tu reputi giusto per ottenere da loro il meglio.

  4. pivotti giorgio ha detto:

    Gentile Gigi Cagni
    La gestione del gruppo e, aggiungo, dei singoli è un aspetto da sempre importante nel calcio che interessa e riguarda da vicino anche il mio studio sui gol evitabili, quelle reti che si possono prevenire con opportuni accorgimenti tecnico-tattici.
    La caratteristica di questi gol è che vengono segnati perché sui tiri in porta, tutti anche quelli non forti, o sui passaggi terminali tra avversari, il difendente trovandosi davanti al battitore o sulla traiettoria della palla in arrivo si gira, si schiva, in tutto od in parte senza effettuare regolare opposizione fisica frontale.
    Per mancanza d’insegnamento o per paura dell’impatto con la palla, il difensore reagendo con l’avvitamento del corpo diventa causa diretta, responsabile dei gol in questione che numerosi ho individuato, registrato e collezionato nella mia videoteca. Non posso non rimarcare un gol su tutti per le conseguenze avute, quello di Calori del Perugia nella stagione 1999/2000 che ha fatto perdere lo scudetto alla Juventus con un tiro appena sufficiente per entrare in porta sul quale Montero si è opposto prima di fianco e poi di schiena.
    Considerato questo dato di fatto, la domanda è, se un allenatore volesse intervenire per porre rimedio a questi errori difensivi che possono anche compromettere la sua permanenza sulla panchina, dicendo ai suoi giocatori, con l’autorevolezza che gli compete, di stare in Posizione Frontale Attiva e quindi di non voltarsi sui tiri contro, lei pensa che sarebbe ascoltato vedendo mettere in pratica i suoi suggerimenti oppure, come mi sento rispondere spesso dai colleghi, le cose rimarrebbero invariate, tali e quali, senza speranza di ottenere alcun cambiamento tanto ormai è troppo tardi stante l’età dei giocatori che sarebbero dovuto essere stati istruiti, formati già prima a livello giovanile, cosa che peraltro mi risulta non venga tenuta in considerazione.
    Personalmente non credo nell’inapplicabilità, nella fondatezza della seconda motivazione, propendo per la prima, e penso che neanche lei, avendo osservato in televisione il suo modo talvolta deciso di richiamare i suoi giocatori, se subisse un gol del genere, rinuncerebbe a pretendere dai suoi un comportamento che non sia in linea, in sintonia con le sue indicazioni-raccomandazione, sempre per resta in ambito dell’argomento da lei proposto.
    Ad integrazione del tema trattato ritengo utile riportare di seguito la definizione di Posizione Frontale Attiva da me formulata:
    “Modo corretto del difensore di opporsi fisicamente ai tiri in porta, ai passaggi tra avversari specie quelli terminali dalle fasce al centro, effettuati da fermo o in movimento, consistente nel rimanere rivolto al battitore, senza girarsi di fianco o di schiena, per controllare la palla in arrivo, la sua traiettoria, e, quindi, per cercare d’intercettarla, regolarmente, con movimenti di spostamento del corpo e di allungamento delle gambe, in spaccata o in scivolata, d’impedire alla stessa, stoppandola, respingendola o deviandola, di entrare nello specchio della porta o di giungere al destinatario; il giocatore deve affrontare il tiro con la stessa mentalità e con uguali movimenti del portiere, attivando tutte le potenzialità atletiche del corpo per “parare” la palla, escluso l’uso volontario di mani e braccia.”
    Cordiali saluti.
    Giorgio Pivotti

    • gigi ha detto:

      Come ho già detto un’altra volta, secondo me, la tecnica individuale specifica per ruoli dovrebbe essere insegnata nei settori giovanili,poi la cosa viene allenata e sviluppata meglio quando si arriva ad essere professionisti e ti posso assicurare che viene fatto.Se il giocatore non si attiene agli insegnamenti, continua a fare lo stesso errore e hai una rosa adatta,non fai altro che non metterlo in campo e vedrai che capisce ….o capisce.

  5. Nerone ha detto:

    Anni fa lessi (lo smentisca se non è vero) che una volta (forse a Piacenza, non ricordo) lei entrò nella bottega di un barbiere, e alcuni giocatori che erano dentro si alzarono in segno di rispetto.
    Quello forse era il momento “dittatoriale” di cui parlava nell’articolo… 🙂

    Concordo con quanto ha scritto (per la mia piccola esperienza da allenatore di giovanili): essere se stessi, perché se si recita una parte e si viene “scoperti” si perde completamente di credibilità.

    Anche la “democrazia dittatoriale”, come concetto non è male: l’allenatore dovrebbe in certa misura sembrare/essere il “primus inter pares”, bilanciando sapientemente quando essere “inter pares” e quando far valere energicamente il fatto di essere “primus”.

    Immagino che più si allenano giocatori importanti e “viziati” che pensano a Ferrari e veline, più è difficile trovare l’equilibrio necessario, che, immagino, in questo caso dovrebbe spostarsi più verso il “dittatoriale” che il “democratico”.

    • gigi ha detto:

      Quella del barbiere è vera ma si sono alzati per salutarmi perchè uno degli argomenti che mi stavano a cuore in ritiro precampionato, era proprio l’educazione e il rispetto delle persone e quindi uno dell’altro nello spogliatoio.Per quanto riguarda i giocatori viziati ti posso assicurare che più i giocatori sono bravi e meno hai problemi di gestione,è nelle categorie più basse che è più facile trovare difficoltà in giocatori che iniziano a provare la notorietà.

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