A Stefano Borgonovo…..

31 dicembre 2009

Oggi non voglio parlare né di tattica né di tecnica ma voglio dedicare questo articolo all’uomo che più mi sta a cuore in questo momento e cioè STEFANO BORGONOVO. L’ho conosciuto 25 anni fa quando,da ragazzino ventenne,venne a giocare a S. Benedetto del Tronto mandato dal Como assieme ad un altro suo coetaneo Stefano Maccoppi. A quei tempi tutti i settori giovanili importanti del calcio italiano mandavano i loro migliori giovani a FARSI LE OSSA nelle squadre della categoria inferiore per abituarli,non soltanto all’insegnamento tattico,ma a forgiarsi, soprattutto, a livello caratteriale. Queste squadre puntavano anche sul fatto che nella Sambenedettese come in altre compagini, c’erano ANZIANI come me che potevano fare da CHIOCCE a questi talentuosi ragazzi. Quando Stefano arrivò, avrebbe dovuto essere la terza o quarta punta, ma dopo un breve periodo della preparazione precampionato, capii di avere a che fare con un talento naturale che doveva essere solo svezzato. Devo dire che tutti i giocatori che arrivavano da quei settori giovanili erano istruiti al meglio come professionalità ed educazione. Qui apro una parentesi per quanto riguarda il settore giovanile del Como di quei tempi,il responsabile,ora all’Atalanta, ( guarda caso ha un settore giovanile fra i più importanti) era Mino Favini, chiamato da me con grande orgoglio MAESTRO. Grande conoscitore di calcio, ma soprattutto, grande EDUCATORE.

Mino Favini e Gigi Cagni con Stefano Borgonovo

Per noi era facile gestire e insegnare a questi ragazzi; erano preparati al sacrificio, alla dedizione al lavoro, all’essere professionali ma soprattutto RISPETTOSI delle regole e delle gerarchie di un gruppo. Essi sapevano perfettamente quanto queste componenti erano importanti per il raggiungimento dell’obbiettivo finale. Quello che è avvenuto quell’anno fa parte dei miei ricordi più belli da calciatore. Iniziammo malissimo,l’allenatore era Liguori alla sua prima esperienza in B. Dopo una sconfitta a Bologna presi una decisione, unica nella mia vita, di parlare con il presidente per convincerlo a cambiarlo. Non lo feci da scorretto, come in certi casi accade oggi, perché lo dissi anche all’allenatore stesso:un tempo si aveva il coraggio delle proprie azioni e se ne subivano le conseguenze qualsiasi esse fossero. Così arrivò Mazzetti che con il suo modo di fare paterno riuscì a raddrizzare la situazione e con l’aiuto di noi anziani naturalmente, ci salvammo. Borgonovo esplose facendo 14 gol e iniziò la sua sfolgorante carriera. C’è un’aneddoto che mi inorgoglisce e che Stefano mi rammenta tutte le volte che vado a trovarlo e lo sintetizza così :”Dimmi quale altro tuo compagno ha fatto 60 metri per abbracciarti dopo avere fatto gol?“nessuno se non lui,solo per dimostrare a tutti la sua riconoscenza per quello che stavamo facendo per quei ragazzi. Mi viene la pelle d’oca. Oggi,come tutti sapete,lui è fermo sdraiato in un letto senza la possibilità di muoversi perché affetto dalla gravissima malattia detta SLA. Ma la malattia ha vinto solo sul suo corpo ma non sulla sua mente.Mio figlio quando vuole ricevere una frustata emotiva per vincere le delusioni della vita,viene con me a trovarlo. Oggi è lui che AIUTA noi. E’ un esempio di forza, di volontà, di attaccamento alla vita, di gioia di potere aiutare, con la sua associazione, altre persone come lui in difficoltà. Ha la mente lucida e una memoria incredibile, è ironico e mi TIRA PER IL CULO sempre. Con gli occhi fa tutto e esprime tutto.Da quando ho saputo che si era ammalato sono andato spesso a trovarlo e quest ’ estate è venuto con la famiglia al mare dove ero io e ci siamo visti parecchie partite insieme. Qualche giorno fa….. a S.Stefano….. sono andato da lui a Giussano e mi ha fatto la sorpresa di farmi trovare,oltre che ai suoi collaboratori della sua scuola calcio,il grande Mino Favini. E’ stato un regalo bellissimo. In questi ultimi anni, da quando siamo tornati a frequentarci, è lui che mi sta dando un grande aiuto con il suo esempio.
Quando esco da casa sua, dopo ore che sembrano attimi, ho una sensazione di leggerezza e serenità che difficilmente provo.
Con i brividi e la pelle d’oca dico: “GRAZIE STEFANO “

Gigi Cagni


Buon 2010

30 dicembre 2009

 


Subentrare in panchina

29 dicembre 2009

Una delle cose più difficili del nostro lavoro è quando vieni chiamato a sostituire un tuo collega a campionato iniziato. La prima cosa,ed è la più importante,è che devi avere la massima conoscenza di chi andrai ad allenare e,soprattutto, la massima convinzione di riuscire ad ottenere l’obiettivo che ti viene richiesto. Accettare una proposta di lavoro solo perché non ce la fai più a rimanere a casa e quindi accetti tutto pur di lavorare,è l’errore più grosso che si possa fare. Lasciatevelo dire da chi l’ha vissuto in prima persona quando, ho accettato di andare a Catanzaro, qualche anno fa. Anche se sono andato con tutta la mia passione e l’entusiasmo possibile e ho cercato di portare la mia esperienza e professionalità, non avevo la conoscenza delle qualità della squadra ma, soprattutto, del tipo di società e ambiente che andavo ad affrontare. Devo poi aggiungere,e questa cosa mi è servita tantissimo, che per la prima volta nella mia carriera, ho scelto i soldi. Prima di incontrare un dirigente della società, non essendo istintivamente convinto della scelta, mi sono detto “SE MI DANNO QUESTI SOLDI(vi posso assicurare per 9 mesi tanti)VADO”, ma già mentre me lo dicevo avevo delle sensazioni strane. Comunque me li hanno dati e guarda caso non ha funzionato. L’ingaggio è importante perché è la distinzione della tua qualità e professionalità ed è L’UNICA DIFESA che hai del posto di lavoro(anche se sembra serva a poco visto gli esoneri di quest’anno,poi i presidenti si lamentano perchè devono pagare due allenatori ma io non ho mai messo la pistola alla tempia di nessun presidente per farlo firmare)ma ,guarda caso,l’unica volta che ho scelto il denaro,è andata male. Non è un caso,aveva ragione un mio vecchio presidente: ALLA LUNGA LE SPECULAZIONI NON PAGANO. Come non pagano la poca professionalità,la mancanza di sacrifici,la non dedizione al lavoro e il rispetto sia di chi ti paga che per la professione che svolgi. Fatta questa premessa vi porto la mia esperienza di quando sono subentrato,e devo dire che ha sempre funzionato, anche a Catanzaro, perché quando sono arrivato li ho tenuti a galla, poi quando mi sono DIMESSO rinunciando a molti soldi,in 3 anni sono passati dalla B ai dilettanti. L’impatto iniziale deve essere soft perché, chiaramente,arrivi in un ambiente depresso. Nel più breve tempo possibile devi capire quali sono i problemi più importanti premettendo, naturalmente, di essere a conoscenza del valore tecnico della squadra, necessariamente già visionata e valutata. Devi portare la CONVINZIONE che ha le possibilità di raggiungere l’obiettivo. Nel primo periodo devi stravolgere poco tatticamente, a meno che, come mi è successo a Salerno,la squadra subisca tanti gol e quindi si deve cercare di equilibrarla nella fase difensiva per dare più serenità e sicurezza, così diventa determinante l’aspetto psicologico più di quello tattico. Di conseguenza ogni fattore che possa avere un impatto negativo sulla convinzione e la consapevolezza di riuscire ad arrivare all’obiettivo, deve essere debellato dalla loro mente(per esempio proibire di guardare la classifica). Il leader inizialmente sei tu, hai, l’unico aspetto a tuo favore del primo periodo, TUTTA la squadra che ti segue perché si sentono tutti titolari e quindi danno il cento per cento, e questo fattore va sfruttato. Fatte le considerazioni generali poi bisogna operare e qui subentra la tua esperienza nella preparazione degli allenamenti delle prime settimane. Di solito una squadra STRESSATA PSICOLOGICAMENTE va fatta divertire, senza perdere di vista lo scopo tattico e fisico della preparazione della gara, si devono usare i mezzi più idonei per raggiungere i due scopi(è chiaro che devi conoscere il tipo di lavoro che faceva il tuo predecessore e non farli uguali).La mia linea è molto simile se non uguale di quando ho la squadra dall’inizio e cioè, quando vinco e sto andando bene CARICO, quando ho il periodo no, SCARICO. Anche questa cosa va comunque valutata volta per volta, quelle che sono le mie considerazioni attuali si riferiscono ai comportamenti effettuati in generale. Non ultimo, responsabilizzare e fare rendere al meglio i giocatori più rappresentativi ed esperti, sono loro che sul campo devono portare tutta la loro personalità non solo tecnica. Devo dire che, per come è il calcio moderno, la prima valutazione pratica che faccio, è vedere quali sono le condizioni fisiche dei giocatori. Non puoi raggiungere nessuno scopo tecnico-tattico, nel nostro campionato, senza avere la massima resa fisica di ogni elemento. La sensazione di TONICITA’già nello spogliatoio, come dico spesso “voglio SENTIRE LE VIBRAZIONI DEI MUSCOLI”,è alla base per riuscire ad attuare tutte le strategie che si ritengono necessarie per ottenere le prestazioni utili per il risultato. Da qui in avanti non devi fare altro che fare l’allenatore per quelle che sono le tue conoscenze ed esperienze cercando di non sbagliare il meno possibile, in riferimento alle strategie delle gare e del campionato(la valutazione del calendario è un fattore importante)e, alla fine, avere un po’ di effetto C..,anche se nel libro di Calabresi che sto leggendo -LA FORTUNA NON ESISTE-, si dice il perfetto contrario.

Gigi Cagni


Intervistato dal sito “Blogosfere”

29 dicembre 2009

Qui di seguito riportiamo l’intervista integrale dal sito Blogosfere.it  (“Intervista di Silvio De Rossi – Blogosfere”)

“Con il mister che in passato ha allenato (tra le altre) Parma, Empoli, Sampdoria, Piacenza e Genoa abbiamo discusso di questi dodici mesi dominati senza alcun dubbio dal Barcellona. “Una squadra fantastica – ha spiegato a Blogosfere Sport e Motori Il merito è di Guardiola, un allenatore fantastico”. Il mister ha avuto modo di conoscerlo: “Sono andato da lui tre giorni e mi ha fatto un’impressione pazzesca. Ha qualità importanti, umane e tecniche, è uno che sa cosa vuole. Ho visto i suoi allenamenti e posso dire che con lui tutti devono dare il massimo sempre. Ha imparato molto in Italia, soprattutto sul profilo tattico, ma questo Barcellona è farina del suo sacco”. Poi svela: “Capisci che vive per il calcio da come ne parla. Gesticola, ti tocca. E’ come se volesse farti sentire la sua passione continuamente. Lo fa anche sul campo d’allenamento con i giocatori. Sa gestire alla grande campioni come Ibrahimovic, Messi e Henry. E’ veramente un grande”.

Ma perché Guardiola fa grandi cose, mentre Ferrara e Leonardo dimostrano tanta inesperienza? “In Italia generalizziamo – spiega Cagni – Dobbiamo imparare a leggere le situazioni nel modo giusto. Guardiola prima di allenare il Barcellona ha guidato per due anni la seconda squadra. Ha avuto modo di fare esperienza. E comunque in tutti i campi c’è sempre un’eccezione. L’esperienza è fondamentale in questo mestiere”.Guardiola ha vinto tutto: “Successi meritati. Io ho visto la finale di Champions con il Manchester Utd a Roma. Mi ha impressionato per le scelte fatte prima del match e durante. Ferguson ha tentato in tutti i modi di rimettere in piedi la partita, ma lui ha saputo replicare alla grande. E’ lì che ho capito che dovevo incontrarlo”.

In Italia non giochiamo a calcio come il Barcellona…
“Assolutamente no, bisognerebbe cambiare la mentalità dei tifosi – spiega – Qui si deve vincere. Non interessa a nessuno giocare bene. Guardiamo cosa è successo in campionato in questa prima parte. Hanno già cambiato dieci allenatori. Nessuno può programmare. Nessuno può attuare un progetto. Bisogna vincere. Se perdi alla seconda giornata sei in discussione. Assurdo. E poi siamo vecchi. Ci vuole una mentalità più aperta, ma anche stadi nuovi, strutture moderne. E i giovani? Meriterebbero più spazio, ma anche dei settori giovanili migliori”.

Tornando a questo travagliato 2009. L’Inter ha dimostrato ancora una volta di essere la più forte?
“E’ la più forte, senza dubbio, ma sinceramente è difficile dire che gioca bene. E’ forte, inoltre si è avvantaggiata ulteriormente grazie all’involuzione di Milan, Juventus e Roma. Una squadra che sta lavorando bene anno dopo anno è la Fiorentina, ma difficilmente arriverà a giocarsi lo scudetto”.

Chi gioca il calcio più bello in Italia?
“Sicuramente il Bari. I galletti giocano a calcio. Poi c’è anche il Genoa, ma non è più una sorpresa. Poche giocano veramente bene, ma come ho già detto, il problema è la mentalità. In Italia è fondamentale distruggere il gioco avversario, poi si punta sulle giocate dei singoli. Infatti l’Inter vince anche quando gioca male perché ha i giocatori più forti. Quelli vincono le partite da soli”.

Qualche parola sul Milan orfano di Kaka’: “Non è una squadra competitiva. Non si può pretendere che uno si inventi allenatore dalla mattina alla sera”. E Leonardo? “Io ancora oggi faccio delle delle stupidaggini, immaginatevi chi non ha mai allenato”.

Problema che ha anche la Juventus…
“Quando stavano bene fisicamente tutto filava liscio. Poi quando sono calati la squadra si è sfaldata. La Juventus soffre quando manca la condizione fisica. Ferrara ha troppe pressioni, deve vincere per forza. Invece a volte va bene anche non perdere”.

Ma Diego è un bidone?
“E’ un grande giocatore, ha grandi qualità. Non mi piace sentire che un giocatore non può giocare con un determinato modulo. Se uno è bravo… è bravo sempre”. E Melo? “Io lo vedo male. c’è qualcosa che non va, perché uno che ha le sue qualità non può sbagliare sette passaggi su dieci. Comunque in questo momento manca l’unione. La Juventus vista con il Catania non aveva solidità. Io ho visto Messi e Ibrahimovic tornare a centrocampo a coprire gli spazi sul 4-0 con il Saragozza. C’è una bella differenza. La Juventus è forte, ma serve pazienza. Non si può pensare che Ferrara possa vincere subito”.

Non abbiamo parlato di Mourinho…
“A me non ha insegnato nulla – spiega Cagni – Per me in Italia ha solo imparato. E’ un fenomeno mediatico, ma perché può farlo. Se uno dei tecnici italiani facesse come lui verrebbe mangiato vivo. L’Italia è fatta così. Comunque ha capito che qui non può vincere la Champions. Si sta preparando la strada per l’addio. Parlando di tecnici mi piace Prandelli. Seguo Ventura. Poi Allegri, che fa giocare davvero bene il suo Cagliari. Poi ci sono Ancelotti, Spalletti e Mancini, tutti ottimi tecnici”.

E poi c’è Pillon, che ha regalato un gol alla squadra avversaria…
“Una bella storia, ma figlia delle nostre colpe. Tutti sappiamo che solo l’arbitro può interrompere il gioco, ma se uno dei nostri resta a terra e la squadra avversaria non si ferma ci arrabbiamo. Non siamo capaci di rispettare le regole perché spesso non le conosciamo. Pillon ha fatto una cosa meravigliosa, ma dovremmo riflettere di più sul nostro modo di vivere le regole del calcio”.

Passiamo ai giocatori. Messi è il più forte?
“Immenso, giocatore sublime. E’ giovane e ha tanta voglia”.

E Cristiano Ronaldo?
“Altro grande fuoriclasse, ma lui e Lionel sono diversi. Impossibile fare un paragone”.

E Balotelli?
“Non so che dire. C’è qualcosa che non va. Mi sta simpatico perché parla bresciano meglio di me – ride – Però non si fa volere bene. Non gli fanno i cori perché è nero, li fanno perché non si fa amare. E’ fortunato ad essere nato in questa generazione. In passato avrebbe avuto grossi problemi alle gambe. Quelli come lui subivano falli pesanti”.

Forse i giovani calciatori si montano la testa subito…
“I giovani vanno capiti e aiutati. A Empoli avevo in prestito un ragazzo che guadagnava 180mila euro l’anno. Non è semplice tenere i piedi per terra. Io alla sua età avevo una 850 di seconda mano…..”.


Introduzione agli aspetti psicologici nel calcio

28 dicembre 2009

Il periodo di Coverciano è stato duro perché quando ho fatto il corso nel 90, nei miei primi due anni alla guida del Piacenza, era suddiviso in due sessioni in anni diversi e cioè iniziava a fine campionato e si concludeva prima dell’inizio del campionato successivo, quindi due anni senza nessuna pausa. Però ho un bellissimo ricordo ed è stato veramente utile per ampliare la conoscenza delle materie teoriche ma anche perché tutti  i giorni, c’era un confronto dialettico sia con i docenti che con gli altri corsisti, tutti ex giocatori. Se pensate che la materia che mi ha affascinato di più sia stata la tecnica calcistica o la preparazione fisica o altre che riguardavano la sfera esclusivamente del CAMPO, vi sbagliate perché mi ha letteralmente PRESO la PSICOLOGIA. Sono stato sempre attratto da questo mondo e da chi lo studia per poterne usare le conoscenze, sviluppandole e rendendone l’applicazione utile nella vita giornaliera in tutti i settori. Ho avuto la fortuna di avere un docente veramente di grande spessore sia scientifico che umano e cioè il Prof. Vianello docente all’università di Padova e autore di libri importanti. Con lui, dopo cena, facevo delle passeggiate attorno ai campi di Coverciano e, senza porgli domande specifiche, lo ascoltavo parlarmi a ruota libera di quanto fosse importante l’essere a conoscenza di questa materia per poter fare rendere al meglio le persone che devono sottostare al tuo comando. Sempre, anche da giocatore, ho cercato di conoscere prima me stesso e poi tutte le persone che facevano parte del mio ambito lavorativo attraverso i loro comportamenti a seconda delle situazioni che si creavano. Ho provato su di me atteggiamenti e comportamenti svariati per scoprire quale effetto avrebbero prodotto nella situazioni che si creavano. Ho sempre dato grande importanza a questo aspetto perché, essendo stato leader, ho compreso quanto fosse determinante la scelta giusta nelle varie situazioni, soprattutto quelle difficili, in cui si poteva determinare il raggiungimento o no di un obiettivo importante. Da uno dei libri del Professore ho provato, nei miei 2 primi ritiri precampionato, il SOCIOGRAMMA e cioè un sistema inventato da lui per capire il leader della squadra , i sotto leader e se c’era qualcuno escluso dal gruppo. Devo dire che ho usato questo metodo più per avvalorare quelle che erano le mie valutazioni fatte senza il metodo, perché è importante che l’allenatore abbia la qualità di saperlo fare d’istinto con le proprie qualità e esperienze. Oggi più di prima il fattore PSICOLOGICO, sopratutto in uno sport di gruppo, ma in un contesto così difficile come quello del nostro calcio, diventa preponderante per la migliore riuscita delle prestazioni e quindi dei risultati. E’chiaro che il contesto sociale è cambiato e i soggetti con cui ti devi confrontare sono diversi, certamente non puoi fare quello che ha fatto con me Mister Silvestri (detto Sandokan), nel 69 quando mi allenavo con la prima squadra, in campo mi diceva che ero un manovale del pallone e che dovevo andare a lavorare, poi andava in sede e diceva che ero uno dei migliori giovani difensori . Quando, anni dopo, l’ho rivisto e gli ho chiesto il motivo, lui mi ha risposto che se non fossi stato capace di reagire a quelle invettive come potevo farlo in uno stadio di 40000 spettatori. Come ho detto questi metodi non sono più utilizzabili ma la sostanza alla fine è la stessa, sono sempre più convinto che il sistema deve cambiare, i giocatori non vanno sempre difesi e protetti perché sono un capitale, bisogna avere la forza di responsabilizzarli specialmente nelle difficoltà, bisogna fare TORNARE e insegnare soprattutto, il significato di GRUPPO, dei valori e i principi che deve avere e che lo sostengono. L’individualismo non deve fare parte del calcio, avendo contratti lunghi devono sapere cosa vuol dire AZIENDALISMO,devono rispettare sia chi li paga sia chi spende per vederli sul campo con prestazioni sempre ad altissimo livello PSICO-FISICO e si accorgerebbero che non sarebbero criticati per errori tecnico tattici, il tifoso vuole vedere l’attaccamento alla maglia (non baciandola e basta). Queste cose fanno parte della mia strategia iniziale dell’approccio psicologico con il gruppo. Poi cerco di comprendere, il più velocemente possibile, la singola personalità per riuscire a farla convivere con le altre e riunirle per affrontare lo scopo comune. Oggi la difficoltà più grossa è che arrivano a fare i professionisti molto presto e hanno una grande preparazione fisica ma difficilmente trovi giovani pronti PSICOLOGICAMENTE alle situazioni di stress che il calcio moderno comporta. Vengono VIZIATI e non istruiti alle dure leggi della notorietà e molti si perdono alle prime asperità. Questa è stata una prima introduzione ad un argomento che ha mille risvolti e che potremo sviluppare meglio con le vostre curiosità specifiche.

Gigi Cagni


L’evoluzione della preparazione precampionato

24 dicembre 2009

Augurando a tutti i visitatori del Blog un felice Natale oggi vi parlo dell’evoluzione della preparazione nel precampionato.
Una cosa continuamente in evoluzione nel calcio, è sicuramente la preparazione fisica. Basti pensare che una volta lo stretching era determinante sia nel riscaldamento pre-allenamento o gara sia come recupero alla fine di uno sforzo. Oggi si è scoperto che, se non in casi specifici, è addirittura deleterio. Quando ho iniziato a fare l’allenatore, fine anni ottanta, ho portato sul campo tutte le mie esperienze vissute da giocatore avendo avuto allenatori di grande spessore e studiosi della preparazione come Sonetti. Tutto quello che nei primi anni, senza l’ausilio del preparatore, ho fatto fare ai miei giocatori, era il frutto di esperienze personali e quindi sapevo quelle che potevano essere le conseguenze delle esercitazioni che avrei proposto. I primi anni sono stati veramente di sperimentazione e di continui cambiamenti, non tanto sui mezzi usati, ma sulla loro quantità e distribuzione sia nella preparazione precampionato che nella programmazione nell’arco del campionato. Poi ho avuto la fortuna di incontrare il Prof. Ambrosio , che è tutt’ora mio collaboratore, che mi ha fatto comprendere l’importanza della QUALITA’ delle esercitazioni prediligendola alla QUANTITA’. Mi spiego meglio, anche lui era d’accordo con me sul fatto che fosse più importante la forza (esplosiva, reattiva, veloce )della potenza aerobica, di cui si faceva abuso a quei tempi, visto che erano entrati nel calcio i preparatori atletici e venivano tutti dal fondo. Solo che io arrivavo da una generazione che portava in allenamento, il corpo e la mente al massimo sforzo tutti i giorni, con la convinzione che in gara la fatica sarebbe stata inferiore (non ti facevano mai bere, anche in estate se non dopo 45’, proprio per simulare la partita). Quindi ho usato questi metodi nei primi anni caricando tantissimo nella prima parte della preparazione per poi diminuire dopo le prime gare ( in cui i giocatori erano imballatissimi )e di nuovo ricaricare nel periodo di SOSTEGNO INVERNALE, ancora imballati per 2 o 3 gare, e arrivare alla fine con carichi inferiori che mi permettevano di terminare in crescendo. Quindi, avevo dei periodi iniziali e in mezzo alla stagione in cui subivo l’avversario fisicamente perché la squadra era imballata. Così anno dopo anno abbiamo modificato le quantità nei periodi, finché non abbiamo trovato la miscela giusta che ci ha permesso di avere un rendimento quasi costante per tutta la stagione. Però le partite erano meno, si iniziava più tardi il campionato, le esigenze degli sponsor (che non erano tanti e la televisione non era così preponderante) non erano prevaricanti e la programmazione delle amichevoli poteva essere fatta con più gradualità per categoria e importanza. Oggi è tutto più ristretto perché ci sono esigenze di immagine superiori, la televisione sborsa molti soldi e quindi impone situazioni molto diverse di un tempo perciò ci si è dovuti adeguare . Per cui anche la preparazione precampionato ha avuto un’evoluzione non tanto nei mezzi, ma nell’impostazione dei periodi. C’è da dire che ci sono più soste, quella Natalizia è più lunga e quindi si devono programmare mini cicli sin da subito, dovendo giocare anche gare importanti dopo poco la partenza per il ritiro, con l’aggiunta viaggi stressanti. Se te ne danno il tempo e si accettano prestazioni non sempre brillanti, si possono programmare anche questi tipi di situazioni con buoni risultati. L’unica vera incognita sono gli infortuni, perché se stressi troppo in fretta la muscolatura non ancora pronta, è molto probabile che alla lunga possa accadere di incorrere nell’infortunio. Per sopperire a questo bisognerebbe che i calciatori arrivassero in ritiro con un minimo di preparazione fatta alla fine della loro vacanza, e dovrebbero anche capire che il loro corpo è come una macchina che ha bisogno di BENZINA PULITA per rendere al meglio. Tutti gli sport sono diventati più atletici e quindi è determinante essere a conoscenza dei mezzi più idonei, assieme ai tempi giusti, per fare rendere al meglio gli atleti, sapendo anche che il calciatore è un atleta atipico come lo sono le posture e i movimenti che fa in una gara. Se i calciatori avessero le conoscenze basilari sulle componenti più importanti per avere sempre la propria muscolatura pronta agli sforzi a cui è sottoposta, probabilmente sarebbero più longevi, con meno infortuni muscolari e il nostro lavoro sarebbe facilitato.
Auguri.A presto

Gigi Cagni


Articolo su ” La Gazzetta dello sport “

23 dicembre 2009

Per tutti quelli che non hanno comprato la Gazzetta dello Sport odierna o per quelli che risiedendo all’estero non possono averla, Vi riportiamo qui sotto l’articolo che parla di questo Blog.
Ringraziamo un nostro lettore per averci inviato un immagine migliore (clicca sull’immagine per ingrandirla).

 


Il ritiro

21 dicembre 2009

Il ritiro, quando le cose non vanno bene, è una panacea che viene usata solo in Italia. Lo si fa esclusivamente per soddisfare il desiderio dei tifosi che, nel momento in cui la squadra non funziona, pensano sia perché i giocatori non fanno la vita da atleti, ma quando i risultati sono buoni concedono agli stessi di fare quello che vogliono, come uscire in discoteca e stare in giro tardi la notte. Le contraddizioni che ci sono nella gestione delle squadre in Italia sono molteplici ma questa è la più eclatante. Chissà perché alla fine si debbano sempre trovare degli ALIBI ai giocatori invece di metterli davanti alle loro responsabilità. Ve lo dice chi per anni a S.Benedetto del Tronto, negli ultimi due tre mesi di campionato era costretto a emigrare fin dal giovedì in altri lidi. Il tutto perché c’era un gruppo di tifosi, se così si potevano chiamare,che non permetteva di fare allenamento in tranquillità. Solo da noi sei costretto ad allenarti con la Digos a presidiare il campo. Forse sarebbe più opportuno educare i nostri atleti ad imparare come si deve fare questo mestiere per non creare situazioni incontrollabili, magari si potrebbe tornare a pronunciare la parola SACRIFICIO con cognizione di causa. Fare il calciatore oggi è sicuramente più difficile perché il calcio moderno è più atletico e per rimanere a certi livelli per tanto tempo – vedi Zanetti dell’Inter – devi fare una vita con delle regole ferree per  alimentazione e il ricupero fisico specialmente dopo ogni massimo sforzo, per esempio la partita di campionato. Con i ritiri forzati difficilmente risolvi situazioni di difficoltà di risultati. Proprio perché ne ho fatti tanti posso affermare, con cognizione di causa, che non sono sicuramente il rimedio più efficace per fare cambiare le cose, altrimenti sarebbe facile per tutti, nel momento in cui le cose non funzionano andare in ritiro e far tornare i risultati positivi. Come al solito la verità sta nel mezzo e cioè, solo in casi estremi e in situazioni particolari, potrebbe essere un rimedio efficace, ma non IL RIMEDIO. Costringere una squadra ad andare in ritiro è una sconfitta del sistema perché non è certamente un elemento della gestione su cui costruire qualche cosa di solido e duraturo. Se si arriva a questo vuol dire che si è sbagliato molto nelle componenti più importanti. Il mio sogno è sempre stato quello di arrivare ad essere come nel Football Americano e cioè che ogni giocatore si debba gestire singolarmente nella preparazione atletica e l’allenatore debba fare solo la parte tecnico tattica, anche perché, essendo pagati profumatamente per rendere al massimo ,hanno nei loro contratti delle penali onerose in caso non si attengano a comportamenti consoni alla vita da atleta. Non credo sia utopia pensare a un futuro del nostro calcio senza RITIRI con giocatori più responsabilizzati e una tifoseria senza eccessi.

Gigi Cagni


Il calcio dovrebbe essere “Passione”

16 dicembre 2009

C’è un termine che oggi non viene usato,o quantomeno usato poco, è: “PASSIONE”. In tutti gli ambiti lavorativi difficilmente si vedono persone trasmettere con i propri occhi il piacere e la voglia di comunicare il desiderio di migliorarsi per ottenere il massimo nella propria attività. E’ il mio cruccio di oggi, e la colpa è del sistema che si è instaurato nell’era moderna e cioè: tutto deve essere fatto in fretta per ottenere il massimo subito, senza costruire basi solide per la durata nel tempo visto che, sembra, il domani non interessi a nessuno. Poi, però, ti capita di conoscere in Kenya un personaggio come Freddie che quando parli di calcio e soprattutto di Genoa si illumina e sprizza passione da tutti i pori. A Malindi ha costituito un Genoa Club e ha scritto un libro (clicca sull’immagine se vuoi maggiori info o per acquistarlo) che accomuna il continente africano al Genoa. Sta anche istituendo una scuola calcio per fare appassionare al calcio italiano i bambini del luogo, perché loro seguono il calcio inglese e quindi le squadre britanniche. Se vi capiterà di leggere il suo libro (Genoa club Malindi cronaca di una stagione indimenticabile dall’africa all’europa) capirete il motivo per cui ho accennato a questo episodio sul mio blog che dovrebbe parlare di tecnica e di tattica. Penso che chi ama il calcio come me ne avrà capito il motivo e cioè, se parli con persone che vivono a 8000 km dall’Italia e che anni fa quando non era ancora arrivato il satellite avevano una radio militare per sentire le cronache delle gare riunendosi in una casa per fare il tifo alla propria squadra,sfottò compresi, non si riesce a comprendere perché chi ha la possibilità di viverlo in diretta sta cercando di renderlo sempre meno appassionante, più egoistico e strumentale. Senza PASSIONE ne abbiamo voglia di parlare di tattica e tecnica! Se è il denaro lo scopo principale, difficilmente ci si può migliorare, perché l’ obiettivo principale è il guadagno e non la programmazione di un futuro che ci possa permettere di GODERE di questo splendido sport. Fortunatamente la storia ci ha insegnato che è sempre questione di cicli,basta avere pazienza e continuare a trasmettere con le proprie azioni, conoscenza e passione e tutto tornerà ad essere godibile come lo era. Il mio non è pessimismo, anzi, al contrario, ho la convinzione,visto i risultati che stiamo ottenendo, che sarà inevitabile tornare all’essenza dei valori che hanno portato il calcio ad essere il gioco più amato nel mondo.

Gigi Cagni


Il calcio deve ritrovare i suoi valori

15 dicembre 2009

In attesa che il Mister prepari un nuovo articolo Vi riporto il suo intervento odierno, a Radio Goal ( programma radiofonico di Radio Kiss Kiss Napoli )con riferimento alla partita Cagliari Napoli di sabato sera.…….in chiusura di Radio Goal interviene mister Gigi Cagni a commentare la rocambolesca partita di sabato in cui il Napoli si è fatto clamorosamente rimontare rischiando anche di perdere: “Quello che conta è il primo gol che prendi, quello che determina tutta la situazione, anche perchè il Napoli stava dominando la partita. Il Cagliari ha fatto due gol incredibili, soprattutto il secondo con un cross dalla trequarti con colpo di testa all’incrocio sono cose che riescono raramente. Il gol di Larrivey è un bel gol, è sempre molto difficile poi valutare se quando si fanno dei gol vale più la bravura dell’avversario o demerito tuo, ma credo sempre in quelle situazioni che sia merito dell’avversario. – e sul caso Lavezzi – Lavezzi ha fatto un errore gravissimo perchè non doveva tirare la pallonata ma anche Allegri non m’è piaciuto perchè buttare la palla via così non è da uomo di sport. Io non riesco a capire cosa sta succedendo nel calcio. C’è bisogno che tutti insieme troviamo un po’ di serenità altrimenti sviliscono anche i principi del calcio. Le componenti sono tante, non ci sono solo giocatori e allenatori, è un ambiente surriscaldato perchè ci sono molti interessi in ballo ci sono titoli forti da evitare, ma il calcio si deve ritrovare perchè è uno sport. Napoli da Europa? La Uefa sicuro il quarto posto non lo so. Adesso ha trovato una quadratura riesce ad esprimere sul campo le potenzialità dei calciatori, penso che se la può giocare”.
[Fonte: pianetazzurro.it ]